Matthew Collings

A Requiem For Edward Snowden

2016 (Denovali) | modern classical

[…] if living unfreely but comfortably is something you're willing to accept – and I think many of us are, it's the human nature; you can get up everyday, go to work, you can collect your large paycheck for relatively little work against the public interest, and go to sleep at night after watching your shows. But if you realize that that's the world you helped create and it's gonna get worse with the next generation and the next generation who extend the capabilities of this sort of architecture of oppression, you realize that you might be willing to accept any risk and it doesn't matter what the outcome is so long as the public gets to make their own decisions about how that's applied

Poco più di un anno fa tutto il mondo ha potuto conoscere il caso dell’insider Edward Snowden, divenuto in breve tempo una sorta di paladino dell’era digitale: le sue scomode rivelazioni sul controllo sistematico dei dati online da parte del governo statunitense e britannico ne hanno messo a rischio l’incolumità, mettendolo al centro di un nuovo “intrigo internazionale” – come un Hitchcock riletto da Fincher – prontamente immortalato dalla cinepresa di Laura Poitras, che ne ha convogliato il materiale nel premiato docu-thriller “Citizenfour”.

Può risultare strana l’idea di un elogio funebre dedicato a una personalità ancora in vita, nonostante le minacce perpetrate ai suoi danni: ma quello di Matthew Collings, per l’appunto, è un requiem, una possibile elegia volta a ripercorrere una vicenda che in definitiva riguarda l’intera comunità digitale.
Lo spunto concettuale offre al compositore scozzese, (ri)edito su Denovali già dal 2014, la possibilità di evolvere il proprio linguaggio, lavorando a metà via tra il freddo distacco dell’universo cibernetico e l’accorata empatia di cui solo l’essere umano è capace. Registrata dal vivo al Glasgow Centre for Contemporary Art e all’Edinburgh Reid Concert Hall, la performance è stata in seguito missata da Collings e masterizzata da Lawrence English.

Clarinetto, violino e violoncello: tre le voci principali – raddoppiate per un totale di sei musicisti – con l’aggiunta degli otto elementi che formano l’ensemble olandese Lunatree, nel delineamento di un flusso orientato a una narrazione emozionale anziché fattuale. La strumentazione si divide così tra le più (neo)classiche armonie e una tumultuosa urgenza improvvisativa: in particolare i funerei clarinetti rievocano tanto la seminale “Sequenza” di Berio quanto la più recente e sofferta “Lamentatio Jeremiae Prophetae” del canadese Peter-Anthony Togni (ECM, 2010). Nel mentre il tessuto è smosso in maniera pervasiva da continue increspature e addensamenti di natura elettronica, raggiungendo la maggior concitazione in “Rapid Pulses”, che idealmente ricalca i passaggi più tesi della caccia a Snowden da parte dell’Nsa (National Security Agency), e sfiorando appena un cortocircuito romitelliano nel finale.

Le occasionali citazioni riportate dalla corrispondenza telematica fra Snowden e la Poitras vengono spersonalizzate dalla lettura di un software, a tratti affollando l’intero perimetro sonoro, come nei caotici nastri “militanti” di Luigi Nono. L’opera è d’altronde concepita come una performance audiovisiva di grande impatto, che combina le immagini interattive su schermo (ad opera di Jules Rawlinson) alla proiezione acustica nello spazio (Sean Williams): le fonti audio vengono talvolta replicate, deformate e scorporate, accentuando l’effetto sinestetico di una virtualità che prende il sopravvento sul reale, la cui estrema conseguenza è la perdita di controllo del singolo e l’appropriazione da parte di agenti di supervisione esterni.

L’impressione complessiva, però, è che il compositore esca ancora di poco dal proprio territorio d’elezione – ascrivibile alla nuova generazione islandese di Arnalds e Jóhannsson – rimanendo ancorato a linee melodiche molto ariose e cinematiche, entro cui le incursioni soliste appaiono tutt’al più come impeti di schizofrenia, efficaci quanto forse estranei all’autentica vena autoriale di Collings; solo l’opera seguente potrà acclarare le sue intenzioni in materia di sperimentazione, o in direzione di un recupero selettivo da certe avanguardie storiche.
Resta, infine, l’ineludibile limite del supporto audio in relazione a qualcosa che nasce in una forma assai più complessa e scenografica, volta a rimarcare intuizioni stilistiche che il solo ascolto, inevitabilmente, restituisce in parte depotenziate.

(02/04/2016)

  • Tracklist
  1. Opening
  2. Maersk Recorder
  3. Cincinnatus
  4. Interlude
  5. Rapid Pulses
  6. Bluffdale, Utah
  7. Collect it all
  8. Waiting


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