Olympia

Self Talk

2016 (Emi) | art-pop, synth-pop

Quantomai prezioso al servizio di Liam Finn, decisivo nel far fare il salto di qualità alle sue connazionali Sarah Blasko e Courtney Barnett, Burke Reid si sta affermando in Australia come una sorta di re Mida dei produttori. La sua ultima scommessa ha il casco platinato di Olivia Bartley, giovane polistrumentista del Nuovo Galles del Sud affermatasi artisticamente a Melbourne con il moniker Olympia. Nel suo curriculum, prima dell’esordio che qui vi raccontiamo, solo un Ep eponimo uscito nel 2013 e alcune apprezzate performance al fianco di Paul Dempsey, City And Colour e Lamb: spunti ridotti all’osso ma sufficienti, evidentemente, per convincere quelli della Emi a offrirle un contratto e l’opportunità di confrontarsi con un tecnico all’altezza della sua ambizione. Se di un azzardo si è trattato, non si può negare che sia stato ben speso, almeno dalle sue parti: “Self Talk” le è valso l’immediata nomination agli Aria Awards come miglior debutto di quest’anno, e in patria le sono già stati accostati i nomi di Sharon Van Etten e Anna Calvi, non a torto peraltro. Da parte nostra ci sentiamo di scomodare anche quelli di Aimee Mann, Angel Olsen e Annie Clark.

Si presenta nei panni della sirena Olivia, anima tormentata in procinto di regalarsi un’estasi elettrica che sa di lenta infezione (“Honey”). Le suggestioni sono poche ma potenti, impiegate con oculatezza da un’interprete che, proprio come St. Vincent, riesce a essere eterea ed emozionante quasi con niente. La concretezza non le fa certo difetto, al pari dell’abilità nel mostrarsi all’occorrenza accessibile e melodiosa, come nel refrain dalle spudorate ambizioni pop di “Smoke Signals”. Questa disinvoltura easy-listening la avvicina all’incisività di una Oh Land, di cui suona come una versione più corazzata e solo un briciolo meno euforizzante (se si tralascia la leggerezza cinguettante di un congedo che non le preclude di sfogare tutto il proprio eclettismo). La semplicità è la più micidiale delle sue armi, specie se abbinata a quella naturalezza nell’arrivare al cuore di chi ascolta grazie a sviluppi repentini e radiosi, un prodigioso talento armonico e un cantato caldo, potente, cristallino, servito in maniera opportuna da arrangiamenti votati al minimale anche senza suonare algidi o affettati.

L’australiana predilige cadenze blande e interventi vocali orientati alla ponderazione, al servizio di un songwriting che si apprezza in particolare per il nitore. Velluto e sottili inquietudini, morbidezza e irrequietezza convivono in una prova di innegabile eleganza, che esalta la sua natura anche enigmatica (e sempre stimolante). Qualità, quest’ultima, che contribuisce a fare di “Self Talk” un disco sul desiderio e la frustrazione, sentimenti che emergono con evidenza in una title track ispirata alla triste parabola del sognatore Larry Walters e valorizzata da scenografie più plumbee e ascendenze eighties, terreno ideale sotto cui dissimulare un’esibizione di stile apparentemente distaccata, calibratissima.

Anche quando si gioca nel modo più sfrenato le carta del synth-pop (“This Is Why We Can’t Have Nice Things”) o di un retro-pop levigato (“Tourists”), è brava a non soccombere sotto le più alte volute sonore, a tralasciare soluzioni accomodanti e a imporsi con carattere giostrando a piacimento tra le inflessioni ombrose, quelle maliziose e altre più frivole o amabilmente zuccherine, rivelando un potenziale di tutto riguardo oltre a un profilo espressivo che sarebbe riduttivo definire sfaccettato. L’equilibrio tra le chitarre (non di rado in acustico, vedi il sitar di “Somewhere To Disappear”) e le sonorità di sintesi appare poi mirabile, anche perché a fare da collante si impone quella voce così autorevole ed elegiaca, non rassegnata all’opportunismo strategico delle facili seduzioni e fatta anzi vibrare a diverse intensità, fisiche ed emozionali, all’interno dello stesso brano.

Solo nelle battute conclusive la Bartley abbraccia un classicismo in odor di convenzione, dal piano e voce più evidentemente cantautoriale di “Biscuits” – che non dovrebbe dispiacere a chi vada pazzo per Regina Spektor, pure con qualche ghirigoro in meno e un lirismo, se possibile, accentuato – a una “Blue Light Disco” che vale come variante ancor più asciutta e rarefatta, alla maniera di una Fiona Apple privata degli spigoli ma non del broncio.
A poco più di sei mesi dall’uscita dell’album, nonostante la major alle spalle, il nome Olympia sembra destinato a rimanere un privilegio per pochi (nell’altro emisfero, perlopiù): un segreto molto ben custodito che non ambiva a rimanere tale, di certo non una promessa che non sia stata mantenuta.
Poco clamore, insomma, ma almeno il volpone Burke Reid ha un’altra piccola coccarda sul petto di cui andar fiero.

(14/12/2016)

  • Tracklist
  1. Honey
  2. Smoke Signals
  3. Fishing Knots/Blood Vessels
  4. This Is Why We Can't Have Nice Things
  5. Different Cities
  6. Self Talk
  7. Tourists
  8. Biscuits
  9. Blue Light Disco
  10. Somewhere To Disappear
  11. Opening Hours












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