Oren Ambarchi

Hubris

2016 (Editions Mego) | post-minimalismo

Lo sperimentatore australiano Oren Ambarchi ha mostrato di essere - nell'arco della sua carriera ormai quasi ventennale - un musicista coraggioso e innovatore. Tra svariate collaborazioni (tra cui quelle con Stephen O'MalleyMerzbowJim O' Rourke) e numerosi lavori solisti ha spaziato tra sperimentazioni drone-metal, noise, esperienze ambientali, chitarre modificate, ripetizioni minimali fino agli sconfinamenti psych di "Saggitarian Domain".

Il nuovo "Hubris" è invece un rigido esperimento post-minimalista, figlio delle regole di quella scuola d'avanguardia fatta di pulsazioni ritmiche ossessive, dinamiche costanti senza variazioni (pur nella lunghezza dei brani), complessità tecnica estrema che rasenta l'impossibilità di esecuzione. Nelle molteplici influenze che Oren Ambarchi ha mostrato negli anni, mai come in "Hubris" appare chiara la vicinanza ai musicisti prossimi al post-minimalismo, tra cui John Adams (per chi non lo sapesse, il compositore vivente più eseguito al mondo) e - in particolare - il collettivo Bang On A Can, formato dai compositori David Lang, Michael Gordon e Julia Wolfe (moglie di Gordon); collettivo a cui hanno partecipato musicisti del calibro di John Cage e Glenn Branca.

Il primo brano (ventuno minuti) - "Hubris, Pt. 1" - è pura accademia fatta di pattern ripetuti che si sovrappongono uno dopo l'altro senza sostanziali variazioni ritmiche e dinamiche. Il moto continuo di Ambarchi qui è decisamente freddo, quasi robotico. Il secondo - "Hubris, Pt. 2" - è un breve intermezzo di chitarra di appena due minuti anch'esso costituito da pattern, ma l'impressione è che, pur nella sua semplicità, rimanga più in mente rispetto al brano precedente.

Si chiude col secondo brano lungo - i sedici minuti di "Hubris, Pt. 3" - derivativo di "Hubris, Pt. 1" ma più vario e ricco nel finale di strepitosi colpi di scena che salvano l'album. Le variazioni e i pattern aggiunti sono molteplici e creano - minuto dopo minuto - un finale caotico carico di distorsioni noise e percussioni simil-tribali, frenetico fino a una sorta di estasi ritmica per danzatori robotici che dona un'anima a un album finora fin troppo freddo.
Colpiscono, negli otto minuti finali, le illusorie improvvisazioni, i ritmi febbrili apparentemente incontrollati; tutto è invece programmato, prestabilito a tavolino come vogliono i dettami della scuola minimalista all'interno dei quali Ambarchi si muove.

(09/12/2016)



  • Tracklist
  1. Hubris, Pt. 1 
  2. Hubris, Pt. 2 
  3. Hubris, Pt. 3




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