Rihanna

ANTI

2016 (Westbury Road / Roc Nation) | r&b, trap, soul

Da un album all'anno a un album quando lo voglio io. Potrà risultare fastidioso introdurre una recensione di Rihanna Robyn Fenty facendo costantemente leva sull'ipertrofia di pubblicazioni che ne ha caratterizzato il percorso, interrotta quasi all'improvviso dopo l'uscita nel 2012 del buon “Unapologetic”. Un'interruzione così significativa, inframmezzata sì da collaborazioni di peso e un discreto numero di singoli, ma priva di uscite di grosso calibro, non è però un evento da lasciar passare inosservato, considerata l'etica lavorativa di una personalità che, perlomeno in Occidente, quanto a stakanovismo non ha di certo di che temere. Qualcosa insomma è definitivamente cambiato per la cantante bajan, nel modo di concepire il rapporto con la musica, ma anche e soprattutto nella gestione della propria carriera, forte di una libertà che in passato faticava ad affiorare in maniera così netta.
Se già un singolo come “FourFiveSeconds”, in combutta con Kanye West e Sua Eccellenza Paul McCartney, con le sue ossute trame acustiche e l'impostazione vocale in fascia soul, ripudiava con forza inaudita tutti i trascorsi della cantante, “ANTI”, con un titolo che è tutto un programma, rafforza il concetto senza troppi giri di parole, mettendo in risalto una radicalità d'approccio capace di trascendere il mero dato musicale, e spingersi ad abbracciare il lavoro nel suo complesso. A giudicare dalle tante novità messe in campo per l'occasione, la sensazione di trovarsi di fronte all'opera di tutt'altra persona non è poi così peregrina.

Affermazione un po' troppo spinta, è vero. È altrettanto vero però che per una come Rihanna, che ha costruito la propria reputazione sulla solidità dei propri singoli, ripudiare totalmente quest'aspetto a favore di un'esperienza d'ascolto studiata per tutta la durata di un disco non è la mossa che ti aspetteresti. E questo a prescindere dalla diffusa tendenza che vede artisti di grosso calibro tornare all'ideazione di lavori da gustarsi in blocco, senza il traino di singoli forti a sbrigare la promozione. Se quindi dev'essere un album, che album sia: studiato di tutto punto, con una scaletta architettata con notevole sagacia, il disco non offre il fianco a concessioni dance, e anche lo spazio per melodie prettamente pop è davvero esiguo. In viaggio nel tempo, tra la contemporaneità più stringente (e comunque debitamente elaborata) e numeri dal personalissimo tocco vintage, “ANTI” è la lucida affermazione di una personalità solidissima nonostante il guardaroba totalmente rinnovato, di radici vecchie ben piantate in nuovi terreni, da colonizzare e rinverdire a modo proprio, in un lucidissimo gioco di riappropriazioni.

Strategia interessante, per quanto fanbase e pubblico più generalista siano rimasti a dir poco interdetti: di certo un singolo come “Work”, annebbiata soca al rallentatore ricca di stralunati innesti electro, col suo ossessivo vociare caraibico e la melodia destrutturata in un fluire compatto di fraseggi a cascata (che nemmeno l'intervento di Drake riesce a spezzare del tutto), non è propriamente l'anthem che in molti si aspettavano. Smacco non da poco per molti, a maggior ragione dopo che un brano come “Bitch Better Have My Money” (saggiamente escluso dall'album, come del resto gli altri due pezzi pubblicati nel 2015) metteva in risalto un'aggressività da trap-queen davvero inusitata per la cantante bajan. Eppure, non si tratta minimamente di una scelta di ripiego.
In piena coerenza con l'estetica annuvolata e narcotica del lavoro, a predominare è uno spiccato gusto per una produzione frastagliata e policroma, che riesce a compattarsi attorno a pattern ritmici al rallentatore e sinuosità interpretative di grande varietà, senza per questo scadere in un temibile effetto-raccolta. Tra l'incattivito electro-hop dell'iniziale “Consideration”, attualizzazione e ri-modellazione del graffiante beat della björkiana “5 Years”, le pulsazioni al confine con l'industrial di “Woo” (dotata di una gestione del suono e di una progressione che al Kanye West di “Yeezus” non sarebbe dispiaciuta affatto), intricate elaborazioni nu-r&b sorvegliate da DJ Mustard (“Needed Me”, con un trattamento liquido dell'elemento ritmico paurosamente efficace, scaltro nel rifuggire i possibili contatti con miss Tinashe), è la Fenty a dominare la situazione in totale scioltezza, incentrando il discorso sulle sue qualità vocali, modulate in un psichedelico caleidoscopio di registri.

Non che la diffusa sperimentazione sui timbri e gli elementi sonori passi in secondo piano (anche due rapidi skit come “James Joint” e “Yeah I Said It”, quest'ultima impostata su intime carezze in fascia Jhené Aiko, si avvalgono di intuizioni d'arrangiamento tutt'altro che di scarso rilievo), ma è la voce l'autentica mattatrice, forte di una duttilità e di una sottigliezza che in precedenza, sotto certi aspetti, faticava anche soltanto a palesarsi.
La tranche finale del disco, sviluppata con un criterio che pone sotto i riflettori gli aspetti più emotivi, “umani” del timbro di Rihanna, sfodera una parata di brani dal taglio soul che la mostrano bella pimpante in un ambito solitamente a lei ben poco congeniale. Non che il trap virato in chiave Prince di “Kiss It Better” (sorprendente la scelta di non lanciarlo come primo singolo) non mettesse in chiaro come controllo e mimica siano ormai concetti assodati per la Fenty, eppure è una boccata d'aria sentirla sfoderare gli artigli e mandare all'aria ogni forma di bieco perfezionismo in un numero come “Love On The Brain” (gli anni 50 trasportati di peso nella contemporaneità, con un piglio produttivo memore delle prove di Amy Winehouse), oppure preferire sottacere ogni tipo di enfasi, e lasciare che una torch-song dal tocco soft-jazz come “Close To You” si esprima senza bisogno di particolari prove di diaframma (comunque pienamente funzionante nel disperato swing da camera di “Higher”).
In questo senso, la capacità di appropriazione e di adattamento proprie di una “Same Ol' Mistakes”, posta strategicamente a raccordo tra i due segmenti dell'album, rappresenta l'occasione migliore per constatare la statura acquisita da un'interprete ormai davvero capace di far ciò che più le pare. Lungi dall'essere la cover-karaoke del quasi omonimo brano dei Tame Impala, Rihanna non soltanto lo arricchisce di nuovi significa(n)ti in un'inserzione così accorta e intelligente (in “Currents” una simile rottura non la si coglieva in alcun modo), ma si addentra nelle dinamiche del brano rendendolo perfettamente coerente alla sua vocalità, alle proprie cadenze. Per una non propriamente avvezza al circondario della psichedelia, è un traguardo non di poco conto.

Poi, se si vuole, si può discutere dell'abborracciata tattica promozionale, della Samsung e del fantascientifico disco di platino, delle ipotesi di un secondo album che includerebbe i tre singoli distribuiti nel 2015. Tutto questo, però, con i contenuti di “ANTI” ha ben poco a che vedere, in fin dei conti. Successo o non successo, quel che è certo è che, finalmente, un lavoro di Rihanna riesce a rimanere saldo sui suoi piedi per tutta la durata, senza scivoloni imbarazzanti o riempitivi di grana grossa. Poi potrà dare fastidio a molti che a uscirsene con una prova del genere sia lei, e non qualche protetta della critica internazionale; classici pregiudizi snob a parte, si spera che la strada imboccata con questo ottavo album non sia una semplice deviazione estemporanea.

(14/02/2016)

  • Tracklist
  1. Consideration (ft. SZA)
  2. James Joint
  3. Kiss It Better
  4. Work (ft. Drake)
  5. Desperado
  6. Woo
  7. Needed Me
  8. Yeah, I Said It
  9. Same Ol' Mistakes
  10. Never Ending
  11. Love On The Brain
  12. Higher
  13. Close To You
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