Stian Westerhus

Amputation

2016 (House Of Mythology) | experimental songwriter

Non sempre la solitudine, l'incompletezza o un più generico male di vivere si manifestano apertamente, specie nell'arte. A teatro e nel cinema, ad esempio, si traducono con l'efficace espediente del registro grottesco, equilibrando in varia misura i caratteri comici della sceneggiatura con quelli tragici - una miscela che non tutti comprendono e apprezzano, benché sia tra le espressioni più fedeli alla reale condizione umana dall'età moderna in poi.

Da sempre, nel caso del chitarrista sperimentale Stian Westerhus, questo avviene in maniera subdola e singolare: già tra i fenomeni di rilievo assoluto nella scena norvegese cresciuta intorno alla Rune Grammofon - d'obbligo, per chi se lo fosse perso, l'ascolto del gioiello isolazionista "The Matriarch And The Wrong Kind Of Flowers" - di recente la voce di Westerhus si è rivelata al fianco dei suoi Pale Horses, riflettendo il lato più fragile della sua personalità artistica. L'affiorare in superficie di questo semplice elemento, rimasto nascosto per molti anni, getta una luce (con le relative ombre) piuttosto inedita sulla sua ricerca, giunta qui a una sintesi cristallina.

Un canto che, come le modificazioni della chitarra e i gelidi spasmi di un synth fittizio, è pura sensazione epidermica, la messa a nudo di un corpo tremante e senza difese; tra il falsetto di Bon Iver e l'R&B introverso di Autre Ne Veut si fa strada un soul soffocato, spinto fuori a forza, che riesce a liberarsi del tutto solo sui ritmi sostenuti di "Infectious Decay" e dell'estesa "How Long" (con un esasperato, magnifico intermezzo di archetti stratificati), mentre nella title track le parole raggiungono a malapena la soglia delle labbra, rimanendo quasi tutte intrappolate nell'incavo della gola.
Pure cercandola con tutto l'impegno e la fantasia, risulta difficile trovare un'immagine calzante ed efficace quanto quella dell'amputazione, la rimozione forzata di una parte del corpo che non può più svolgere la propria funzione originale - un'appendice divenuta improvvisamente "di troppo".

Gli effetti della chitarra sono sempre evasivi, di origine meticcia e indecifrabile, tra abissali risonanze e grumi di distorsioni smorzate ma acidissime - l'attacco della seconda parte di "Amputation" equivale in tal senso al violento reprise di "Larks' Tongues In Aspic". Un rapporto problematico e tormentato continua a guidare Westerhus nell'approccio allo strumento: "Kings Never Sleep" spazia dalla mitezza di loop e frammenti atonali ai roboanti ammassi noise degli esordi; così, talvolta, il risultato assume fattezze caotiche ed effimere, come se un senso di inadeguatezza si scontrasse con l'urgenza di trasferire i pensieri in ordine sparso e approssimativo per poi rimaneggiarli con gesti furiosi, sino allo sfinimento. "È una musica che ho lasciato cadere a terra ripetutamente, fors'anche di proposito; è musica in uno specchio rotto raffigurante il tempo in cui è stata creata".

Col passaggio alla neonata House of Mythology (responsabile della recente meta-opera degli Ulver) l'artista norvegese inaugura un ulteriore, affascinante e innovativo capitolo del proprio percorso, in grado di accogliere al proprio interno pulsioni inimmaginate, correndo il rischio che per qualcuno abbiano l'aspetto di un'evoluzione troppo ardita, decentrata rispetto all'orientamento avanguardistico delle sue incursioni in free form. Un paio di ascolti in più sapranno dimostrare che non c'è nulla di più falso, e che l'identità profonda di un talento ancora in gestazione prende forma proprio a partire da qui.

(15/06/2016)

  • Tracklist
  1. Kings Never Sleep
  2. Sinking Ships
  3. How Long
  4. Amputation
  5. Infectious Decay
  6. Amputation Part II


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