Teenage Fanclub

Here

2016 (Merge) | jangle-pop

C’è una sorta di garbato pudore nella dissolvenza cui i Teenage Fanclub sembrano aver costretto da programma la loro folgorante stella. Le energie non sono più quelle dei vent’anni, gli interessi sono stati diversificati, lo slancio creativo per forza di cose si è raffreddato. E allora ecco spiegata la miseria di tre album pubblicati in altrettanti lustri a fronte di quel filotto pazzesco messo a referto nel loro quinquennio vincente. I sei anni di attesa per questo nuovo “Here”, decimo capitolo del romanzo (al netto di mini, collaborazioni e raccolte compilative), hanno addirittura alzato di qualche decimale la media degli intervalli, ma trovano se non altro una giustificazione pratica negli impegni che hanno visto coinvolti i triumviri Norman Blake, Gerard Love e Raymond McGinley in tempi più o meno recenti (il primo con Jonny, New Mendicants, Sound Of Yell e in coppia con l'Half Japanese Jad Fair, il secondo con i Lightships, il terzo con gli Snowgoose).

Registrato assieme a David Henderson tra Carpentras, in Provenza, e la casa di Raymond a Glasgow, quindi mixato ad Amburgo, “Here” ripresenta la band di Glasgow nella formazione a cinque del precedente “Shadows”, con le tastiere di David McGowan e la batteria dell’ex-BMX Bandits Francis MacDonald confermate titolari. E quindi rieccoli gli scozzesi, con il loro jangle-pop dolcemente in acustico a base di refrain ariosi e ben ponderati, lo stesso già sperimentato con successo ai tempi di “Songs From Northern Britain” (“The Darkest Part Of The Night”). A ben sentire si tratta del classico usato garantito, quello affidabile e che non stanca mai, anche senza promettere rivoluzioni che potrebbero forse apparire inopportune.

Se le armi del gruppo apparivano spuntate ormai da tempo, “Here” sceglie apertamente di riporle in un ideale armadio. Le elettriche si astengono infatti dal mordere, ma si adoperano per ritagliarsi qualche estetizzante colpo di cesello, un garbato tocco di classe ogni tanto mentre le melodie ci inebriano. Il disco non regala particolari sorprese, ma ha il pregio di suonare sufficientemente ispirato e può vantare una freschezza non solo simulata. Un lavoro confezionato con la consueta grazia, placido, d’indole cordiale e per nulla ruffiano, che si gioca bene le proprie carte in termini di lusinghe fidelizzanti (una per tutte, l’ennesimo infinito mantra di “Hold On”, per una volta a firma McGinley invece che Blake). Le pennellate sono tenui, impressioniste, come negli Yo La Tengo più serafici e rilassati (“Steady State”, che ricorda le avventure acquatiche di “The Sound Of The Sounds Of Science” o quelle, magari, del Bradford Cox di “Parallax”), con giusto una morbida scia di riverbero a mo’ di griffe.

Le firme e le voci come sempre si avvicendano, ma sono quelle dei soliti vecchi amici con il loro carico di promesse, resoconti, filosofia spiccia e, perché no, scherzose suggestioni. La dimensione ludica è rispolverata a tratti nella seconda facciata, ma ancora una volta senza esagerare, tenendo soffuse le luci e tralasciando le tentazioni pacchiane anche quando dei fiati à-la Belle & Sebastian alzano tassi glicemici e di affabilità (“The First Sight”). Il tono confidenziale resta invece una piccola ma preziosa certezza. Ancorché refrattaria al cambiamento, la musica dei Teenage Fanclub dimostra una volta di più di riuscire immune all’inquinamento espressivo più modaiolo e non tradisce quella sua personale idea di purezza. Lo ribadisce, in particolare, la carezzevole “I Have Nothing More To Say”, un delizioso antidoto alle volgarità del presente che ha i contorni di un appartato rifugio, un po’ come tutto l’album.

La velocità di crociera nell’accezione dei Fannies è un’autorevole profusione di automatismi easy-listening, di quelli che magari non impressionano in maniera bruciante ma che ugualmente sanno insinuarsi, inosservati, e forzano con gentilezza le difese dei meno cinici tra gli ascoltatori, come chiamando a un riconoscimento. Come a sussurrarci nell’orecchio: “Rieccoci, siamo un frammento irrinunciabile della colonna sonora delle vostre vite”. E questa marginale epifania, il semplice ritrovarsi, vale in sé il prezzo pure abbordabile del biglietto. Con “I Was Beautiful When I Was Alive” il passo rallenta ulteriormente, l’atmosfera pare sospesa in un passato idealizzato che i toni flou rendono quasi magico. Si replica il favoloso luminismo di certi lavori collaterali dei ragazzi, dei Lightships in particolare, per un affresco che ambisce a essere, in primo luogo, squisitamente sentimentale.

E’ ancora tutta una questione di segni, sostengono loro. Lo “Star Sign” di un tempo è rimpiazzato da nuove e più quiete rivelazioni (“It’s A Sign”) così come i Byrds sembrano aver scalzato i Big Star dalla vetta dei maestri più amati di sempre, almeno in questa occasione. Nelle battute conclusive la frenata è vistosa ma persino opportuna, come quando le parole diventino qualcosa di non più necessario e prevalga il piacere di stare insieme per condividere l’armonia di un momento, di un paesaggio, di un legame speciale. “Here” si presenta quindi come un’opera amabilmente riflessiva e autunnale, ma a suo modo rinfrancante. Una bella lezione che profuma di maturità, offerta da una band in vena di leggerezza e senza più nulla da dimostrare.

(30/09/2016)

  • Tracklist
  1. I'm In Love 
  2. Thin Air
  3. Hold On
  4. The Darkest Part Of The Night 
  5. I Have Nothing More To Say 
  6. I Was Beautiful When I was Alive 
  7. The First Sight 
  8. Live In The Moment 
  9. Steady State
  10. It's A Sign
  11. With You
  12. Connected To Life
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