TOY

Clear Shot

2016 (Heavenly) | indie-rock

All’attacco di “Left Myself Behind”, ricordo, respirai a stento. La forza e il calore di quel brano avvolgevano completamente attraverso tentacoli lugubri la testa dell’ascoltatore. Il sogno di riascoltare i TOY sempre in auge, al top della forma, è purtroppo rimasto insoddisfatto. Perché quando si legge che “Clear Shot” è un “nuovo” episodio della saga del quintetto londinese è forse utile andare a riascoltare i primi due lavori. L’esordio dispiegava con forza disumana un indie-rock virato shoegaze, una transumanza del post-punk verso il kraut-rock, mediante anche i precisi battiti di Charlie Salvidge. Il successivo “Join The Dots” promuoveva una visione quasi più introversa del primo, riuscendo comunque a bissarne la portata, ma raccogliendo meno consensi anche a causa della sventurata data di uscita, fissata per il dicembre 2013. Non dei campioni di marketing sicuramente, ma fino a quel momento ottimi musicisti e compositori.
L’uscita dalla band di Alejandra Diez, però, ha senz’altro sbiadito la formula che li ha resi celebri e il sound, prima ingombrante e pregno di sfaccettature, si è standardizzato e chiuso in una svolta canonica che lascia il segno solo a tratti.

“Clear Shot”, infatti, non è un brutto disco, ma la novità cocente che aveva impressionato una buona parte di critica, ha lasciato spazio a una fetta di stereotipi che non aggiungono molto alla carriera dei TOY, sia perché buona parte delle nuove canzoni ritrae elementi consoni a tante altre formazioni contemporanee, sia perché la costruzione armonica risente un po’ del passare degli anni.
In fondo ci sono anche episodi discreti, ma un po’ passatisti: la feltiana “I’m Still Believing” è un po’ il simbolo del nuovo lavoro. La melodia ricorda oltremodo l’avventura jangle-pop di Lawrence Hayward, benché fluisca come un buon singolo.
“Fast Silver” è una delle poche ventate fresche del disco, la sua atmosfera noir viene ammorbidita dall’arioso ritornello. Anche in questo caso notiamo il cambio di passo radicale della band, che non disegna più la propria dimensione in burrascose messe sintetiche, ma in un approccio più meditativo, forse influenzato dal recente progetto in collaborazione con Bat For Lashes.

“Another Dimension” si pone a metà strada tra le passate “Endlessly” e “My Heart Skips A Beat”, non riuscendo però a sintetizzare la formula giusta.
“Clouds That Cover The Sun” ricorda ambientazioni à-la Tim Burton, “Jungle Games” incatena linee di basso e chitarre al canto stralunato di Tom Dougall, la tastiera di Max Oscarnold simula invece una specie di organo spaziale. E proprio quest’ultimo era uno degli elementi più impressionanti della band, che invece ha ridimensionato proprio l’impianto. I TOY non sono più quella macchina da combattimento che pareva insormontabile.
A chiudere il disco ci pensa “Cinema”, un decadente affresco a metà tra un sentimento western e un climax post-pocalittico, desertico, una sorta di “I Only Think of You” degli Horrors, ma tormentata da motivi sintetici che muovono l’intera carcassa.

Le attese per questo album, in primis per chi vi scrive, erano scemate anche alla luce del periodo di magra del rock anglofono, ma tutto sommato i TOY rimangono una realtà ben definita nel panorama indie.
Certo, chi ricorda i suoni di “Colors Running Out”, il motorik esplosivo di “Kopter”, o i ritmi sincopati di “Join The Dots” rimarrà deluso.

(23/11/2016)

  • Tracklist
  1. Clear Shot
  2. Another Dimension
  3. Fast Silver
  4. I'm Still Believing
  5. Clouds that Cover the Sun
  6. Jungle Games
  7. Dream Orchestrator
  8. We will Disperse
  9. Spirits don't Lie
  10. Cinema
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