Valerio Tricoli

Clonic Earth

2016 (PAN) | musique concrète, dark-ambient, sperimentale

La sperimentazione sonora "made in Italy" fatica già a emergere in terra natìa, dunque non stupisce che spesso risulti ancor meno visibile a livello internazionale - è il paradosso di un paese che millanta la cultura senza viverla in egual misura. In termini relativi, tuttavia, l'importanza di alcune personalità trova il modo di farsi riconoscere e creare attesa, arrivando a valicare la nicchia dalla quale provengono.
Succedeva due anni fa con "Miseri Lares", doppio Lp col quale Valerio Tricoli giungeva finalmente all'attenzione della scena elettronica attuale per mezzo di un coraggioso recupero di una tradizione che negli ultimi anni sta tornando a ispirare la nuova generazione di compositori: quella dei centri europei di ricerca elettroacustica, oggi archivi di valore inestimabile per la storia della musica del XX secolo.

Quasi paritario per imponenza, "Clonic Earth" si inserisce con sorprendente coerenza in una narrazione che quest'anno ha stabilito, forse per la prima volta, dei punti fermi per un nuovo linguaggio dark-ambient/elettronico col quale dare forma a lucide profezie distopiche. L'opera terza di Tricoli fa pensare a una possibile sintesi tra i poemi sinfonici di Bernard Parmegiani e le orride frattaglie inorganiche di "LEXACHAST" (anche se qui, in realtà, la firma di Bill Kouligas si limita all'artwork).
Ulteriormente significativo in avallo a questa lettura che, dalle ispirazioni dantesche e lovecraftiane del precedente lavoro, le sorgenti letterarie attinte per le voci recitanti ricoprano ora un orizzonte temporale e teorico molto più assoluto, sospeso tra l'antica sapienza esoterica degli oracoli caldaici e le Exegesis di Philip K. Dick, diari del maestro della fantascienza ispirati da una tardiva illuminazione religiosa.

L'universo parallelo - il "clone" terrestre del titolo - risulta inquietante proprio perché, a differenza di comprimari d'area più estrema come John Wiese, William Bennett o Dave Phillips, Tricoli lavora a suggestioni perlopiù sottocutanee e impalpabili, procedendo per disorientanti astrazioni volte a smembrare e disperdere la componente empatica dei suoni del reale. E se le tracce sui quattro lati di "Miseri Lares" rimanevano conchiuse come singoli sguardi su oscure allucinazioni della mente, i cinque movimenti di "Clonic Earth" si rapportano l'uno con l'altro procedendo verso una inesorabile rarefazione degli input.
I primi due movimenti sono senz'altro i più densi e impattanti, tra respiri infernali e sgretolamenti di nastri analogici manipolati in presa diretta secondo la lezione dei maestri della musique concrète. Come un virus in graduale espansione, "The Hallowed Receiver" prende forma da un brulicare di organismi germinali, schegge di vita minima dalle quali sorgono voci recitanti deformate, via via incanalate in un vertiginoso tunnel prospettico.

"Interno d'incendio" apre il sipario su un ideale secondo atto, oramai votato all'accumulo di detriti sonori e di memorie sfilacciate e scarnificate: un cut-up di stimoli inafferrabili affiora dal crepitio costante di glitch in cortocircuito, come una stanza di ricordi confusi che arde lentamente, sciogliendo con risoluta pazienza ciò che resta del vissuto umano. Il riconoscimento e la minuziosa esplorazione del Caos, sceverato dal clamore rumorista delle avanguardie storiche, si riconferma come autentica cifra stilistica che già aveva condotto Tricoli a reinterpretare il seminale "Williams Mix", pietra dello scandalo che riassume la portata rivoluzionaria del pensiero cageano.
Ma pur preservando sino all'ultimo il distacco emotivo che è proprio delle dissezioni contemporanee, sulla soglia degli ultimi dieci minuti sembra riemergere, anche solo per qualche istante, lo stralcio di un'innocenza perduta, di quell'immagine primigenia, pura e sacra riflessa nella superficie deformante - come se le marionette (psico)analizzate dall'ultimo Cronenberg fossero costrette a volgere un ultimo sguardo verso l'ineffabile verità dello specchio tarkovskiano.
È solo una delle possibili immaginazioni che scaturiscono da un sound design così colto e sottilmente evocativo, cristallizzato dall'impeccabile mastering di Rashad Becker, responsabile anche di alcune importanti riedizioni di quest'anno (La Monte Young, AMM, Steve Reich).

(19/07/2016)

  • Tracklist
  1. I. The Hallowed Receiver
  2. II. Stromkirche Or Terminal
  3. III. Interno D'Incendio
  4. IV. Clonic Earth
  5. V. As For The Crack
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