Vangelis

Rosetta

2016 (Decca Music) | elettronica

Quando nel 1799 sul delta del Nilo a Rosetta (nome latinizzato dell’antica Rashid) il capitano della Campagna d’Egitto, Pierre-François Bouchard, rinveniva il frammento di una stele egizia destinata ad essere contesa fino ai nostri giorni tra Francia, Inghilterra ed Egitto, ai suoi contemporanei sarebbe parso quantomeno beffardo che più di due secoli dopo il suo nome venisse usato per una missione condotta in collaborazione tra nazioni europee. Funestato da un primo lancio fallito nel 2002, il progetto “Rosetta” decollerà nel 2004 grazie agli sforzi dell’Agenzia Spaziale Europea, per giungere al suo obiettivo ben dieci anni dopo con l’atterraggio del lander Philae sulla superficie della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko nel 2014, concludendosi infine il 30 settembre 2016 con lo schianto programmato della sonda.
Per quanto in passato altri artisti e demiurghi della musica elettronica siano stati coinvolti in iniziative legate allo spazio, come i Pink Floyd che nel '69 jammarono in diretta sulla Bbc durante la discesa dell’Apollo 11, Brian Eno chiamato nell’83 a comporre “Apollo: Atmospheres and Soundtracks” per un documentario dedicato allo storico allunaggio, o Jean-Michel Jarre che nell’86 per il venticinquesimo anniversario della Nasa e la commemorazione del Challenger lanciò l’album-evento “Rendez vous” con il live di Houston (per poi effettuare un collegamento con la stazione orbitale Mir nel concerto di Mosca del ‘97), è probabilmente la prima volta che a un compositore viene chiesto di decodificare e accompagnare in tempo reale una missione con la sua arte musicale. In tale ambito non può dirsi certo un neofita lo stesso Vangelis che, pur non vantando (a differenza di John Serrie, autoproclamatosi autore di space-music a tempo pieno) più di un paio di lavori espressamente radicati nell’ “imagerie” siderale, ossia “Albedo 0.39” del 1976 e l’album “Mythodea” eseguito con coro e orchestra nel 2001 davanti al tempio di Zeus ad Atene per celebrare la Missione “Mars Odyssey” della Nasa, nel corso del suo ininterrotto epos musicale dalle proporzioni indubbiamente “astronomiche”, ha più volte condotto l’ascoltatore in ricognizione tra eufonetiche galassie sonore “intra” ed “extra-terrestri”, dal più rarefatto “Spiral” (1977) al cyber-nostalgico “Blade Runner” (1982), dal criogenico “Antarctica” (1983) al barocchismo astrale di “Voices” (1995).

È su invito dell’astronauta dell’Esa André Kuipers che, a due anni dalla riedizione ampliata della colonna sonora di “Chariots Of Fire” realizzata per la versione teatrale del film in occasione delle Olimpiadi londinesi, Vangelis accetta di abbandonare la latitanza dalla scena pubblica trascorsa nel claustrale (ma pur sempre prolifico) ascetismo del suo studio domestico, per tornare a intarsiare e ageminare immagini visive e mentali con l’ausilio del suo personale sistema Midi di sintetizzatori analogici e digitali basato sul “Direct box” (rodato per la prima volta nell’omonimo album del 1988).
Pubblicati in anteprima sul canale Youtube dell’Esa a poche ore dall’atterraggio del lander Philae nel novembre 2014, “Arrival”, “Philae’s Journey” e “Rosetta Waltz” non sono solo brani commissionati per essere montati a commento di altrettanti video costituiti dalle foto scattate dalla sonda. A rendersene conto è Vangelis medesimo, che intravede il germe di un nuovo concept-album in quelle tre composizioni, gravide come sono di un’atmosfera già esteticamente compiuta e del tema cardine di una più “spaziosa” opera cerimoniale pronta a dispiegarsi in altri dieci movimenti. A una settimana esatta dalla fine della missione, l’album completo, distribuito a partire dal 23 settembre 2016 con il corredo di un promo teaser in cui, contravvenendo alla sua fama di schivo cenobita delle tastiere, Vangelis in persona concede laconiche riflessioni sulla musica e l’esplorazione spaziale, rievoca le tappe salienti del viaggio di Rosetta con la puntualità e il rigore cronologico di un’agiografia documentaria inedita anche in progetti consimili come “L’Apocalypse des Animaux” e “La Fete Sauvage” composti tra il ’73 e il ’76 per la serie di filmati naturalistici di Frédéric Rossif.

Nonostante le quattro maestose note d’apertura di “Arrival” conservino la pomposità neoclassica che caratterizzava le melodie portanti della soundtrack di “Alexander” (ancor prima di quelle di “Mythodea”), è l’applicazione emulsiva del riverbero investito della dignità di strumento a sé stante, nonché il ritorno di bollicanti sequencer in stile Terry Riley, intrecciati a un organo imparentato con le arie rituali di un Philip Glass, a emancipare la traccia dall’incestuosa (in senso figurato) saga delle manieristiche varianti “alla Vangelis” che negli ultimi vent’anni hanno trascinato tanta parte della musica new age, chill out e ambient nella suppurazione del tedio innalzato a forma d’arte. Considerata come “suite”, “Rosetta” si presenta al pari della famigerata stele nella sua funzione di matrice sonora suddivisa in audio-grafie con le quali reintepretare la percezione di uno spazio che non è solo quello attraversato in dieci anni dalla sonda omonima, ma anche e soprattutto quello generato dalla vertigine metafisica insita nella nozione di Infinito che si cela dietro l’obiettivo della missione, quella di trovare indizi utili a comprendere l’origine del Sistema solare dall’analisi della cometa.
Ed è questo onnipervasivo senso di “unheimlich”, di “perturbante cosmico” nato dall’approssimarsi di una rivelazione infinitamente disattesa, a trasudare dall’ascolto integrale dell’opera, specie nei brani più aritmici e contemplativi come “Starstuff”, “Celestial Whispers”, “Sunlight” e l’iper-minimalista “Return To The Void”, in cui si stempera il precedente fugato mahleriano di “Elegy”, dove Vangelis sembra descrivere con mistico languore il lento spegnersi della sonda e, in senso lato, della coscienza umana che si polverizza in materia stellare nella ricerca del senso ultimo dell’universo. Le melodie e le progressioni s’inseguono, si rincorrono, si rispecchiano l’una nell’altra e si riavvolgono su se stesse, in scie particellari di impressioni risonanti attraverso nebulose di tintinnii e clangori che, seppure campionati, trattengono ancora la personalità sognante e vigorosa del Vangelis progressive dei tempi di “Heaven And Hell” (1975) e “China” (1979), affaccendato su campane, crotali, cimbali, triangoli, timpani e vibrafoni.

È anche vero che più dei lavori precedenti, questo “Rosetta” restituisce un’istantanea fedele (e per certi versi impietosa) del metodo creativo dell’uomo-orchestra, capace di assemblare in una sola sessione un’intera traccia e passare alla successiva con l’assistenza dell’inseparabile ingegnere del suono Philippe Colonna (ne è un esempio “Perihelion” con la sua chitarra elettrica che garrisce impetuosamente fino alla distorsione su discontinui sequencer tangeriniani), a volte trascurando di soffermarsi su quel “labor limae” che rendeva più strutturati e corposi i brani partoriti durante l’era del Nemo Studios di Londra, quando Vangelis tornava più volte su una frase, un singolo effetto o un missaggio per amalgamare nell’architettura sonora le voci di Jon Anderson e Demis Roussos o il sax di Dick Morrissey.
Ma anticlimatica, da un punto di vista più strettamente artistico, suona soprattutto la rilettura in accordo minore del tema di “Alpha” per la title track, che volteggia per quasi 5 minuti su una stanca replica dell’andante di “To The Unknown Man”, annaspando, senza raggiungerli, verso i vertici di drammatico ipnotismo progressive-rock del capolavoro del 1976. Eppure basterebbe trasferire la postazione di Vangelis nell’abside di una cattedrale, sulla falsariga di quanto fecero i Tangerine Dream nel 1975 in quelle di Coventry, York e Liverpool, per elevare la fruizione dell’opera all’ascolto reverenziale di una “missa solemnis” suonata nella sua interezza per la durata di una funzione, pur con quelle digressioni più “laiche” rappresentate dall’antifrastica marcetta di “Philae’s Descent” (il pezzo più funzionale e scientemente didascalico di tutto l’album) e l’inserzione del candido entr’acte “simil-straussiano” e kubrickiano di “Mission Accomplie (Rosetta’s Walz)”.

In fin dei conti, chi più dell’Ulisse partito oltre 50 anni fa da Volos alla volta di un’Odissea umana e musicale senza ritorno, prima con gli Aphrodite’s Child, poi in proteiforme solitudine al timone di ammutinati vascelli orchestrali (condizione quanto mai ulisside), poteva arrogarsi il diritto di innalzare il suo pleonastico peana al pellegrinaggio di una sonda destinata a perdersi dopo aver trasmesso i dati raccolti su una roccia errante, custode della memoria della nostra galassia? Come Champollion che decifrò le tre grafie della stele, Vangelis si avvale della musica quale esperanto universale con cui decriptare quei frammenti di umanità alla deriva nello spazio profondo della coscienza offuscata dall’eterno presente.
“Siamo parte dell’universo, e la musica è il suo codice”, chiosa Vangelis. “La Musica è più una Scienza che una forma d’arte (...) ma questo è un argomento troppo impegnativo da discutere, e non penso che sia giusto parlarne adesso”.
A parlare, riecheggiando le silenti armonie del vuoto, è sufficiente che sia “Rosetta”.

(15/11/2016)

  • Tracklist
1. Origins (Arrival)
2. Starstuff
3. Infinitude
4. Exo genesis
5. Celestial whispers
6. Albedo 0.06
7. Sunlight
8. Rosetta
9. Philae’s descent
10. Mission accomplie (Rosetta’s Waltz)
11. Perihelion
12. Elegy
13. Return to the void
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