Adrian Crowley

Dark Eyed Messenger

2017 (Chemikal Underground) | alt-crooning, sad-folk

Nuovo prodotto di casa Bartlett, un produttore ormai talmente sulla cresta dell’onda da aver forgiato un sound, un’estetica che non ha bisogno di presentazioni: prima ha sollevato i National dal calderone indie-rock per dar loro dignità di “vate” artistici, forse anche al di sopra della musica (come dimostra anche l’accoglienza dell’ultimo lavoro), poi ha accompagnato Sufjan Stevens nel suo “secondo successo”, “Carrie & Lowell” (tralasciando numerosi altri progetti, naturalmente, tra i quali quello che deve averlo avvicinato a Crowley, i connazionali The Gloaming).
Ora tocca ad Adrian immergersi in questi suoni ovattati, in un lo-fi d’autore, fatto di una misurata ambience rumoristica, riverberata e minimalista, di una naiveté costruita. Perfetta per far risaltare le canzoni e per accentuare la sensazione del ricordo, di una realtà trasfigurata, come nel caso dell’ultimo Sufjan.

In assenza di una scrittura un po’ “forte”, sostenuta, la produzione di Bartlett mostra la corda di un franchising ormai riconoscibile: la sua orchestra di strumenti giocattolo, magari un po’ ammaccati, registrati di nascosto con un microfono portatile da acchiappafantasmi, finisce per accompagnare le tirate un po’ ebbre da crooner in pensione di Crowley (“And So Goes The Night”, “Still This Desire”), con un effetto non dissimile da quello di Daniel Knox, ma con un ben diverso controllo sulla propria arte.
La consapevolezza di sé, in “Dark Eyed Messenger”, e della propria “arte”, appunto, è quello che rende il lavoro greve, con noiose impersonificazioni (“Silver Birch Tree”) che non hanno in sé alcuna grazia poetica, e affettazioni sperimentali post-velvettiane (“Catherine In The Dunes”), impiegate però in canzoni di nulla personalità melodica.

In tutto questo si inserisce anche la cronica somiglianza timbrica (ma anche musicale) con Bill Callahan, del quale, a maggior ragione in una scenografia sonora così depotenziata, Crowley sembra il fratello che ti racconta dei dibattiti nell’ultimo cineforum monografico che ha tenuto. Alcune idee ci sono (“Lullaby To A Lost Astronaut”), ma costruite ed eseguite nel modo più pedissequo possibile.
In generale, un disco di vitalità artistica nulla, che sembra fatto per annoiare l’ascoltatore – perfetto, insomma, se si considera la noia un segno distintivo di intelligenza, o di “superiorità” artistica.

(28/11/2017)



  • Tracklist
  1. The Wish
  2. Halfway to Andalucia
  3. Silver Birch Tree
  4. Little Breath
  5. Valley of Tears
  6. The Photographs
  7. Unhappy Seamstress
  8. Cathering In The Dunes
  9. Lullaby To A Lost Astronaut
  10. And So Goes The Night
  11. Still This Desire
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