Andreas Usenbenz

Bells Breath

2017 (Klanggold) | drone, field recordings

L’estetica drone nelle sue varie declinazioni vuole che un tono costante basti a se stesso, contenendo al suo interno tutta la pienezza che normalmente l’entità creativa ricerca attraverso una scrittura più elaborata. Le discussioni arrivano sempre alla dicotomia tra una musica più “semplice” e una più “difficile”, e ciò non dal lato dell’ascoltatore ma di chi la produce in prima persona. Un grado di giudizio decisamente immaturo, alimentato da secoli di storia della composizione classica, che al confronto somiglia a una lunga ed estenuante gara di estro e virtuosismi – tanto che spesso le opere più grandiose sono anche quelle che si esprimono nella maniera più diretta e intellegibile.
Questo per dire, una volta di più, che sarebbe forse auspicabile porre le fondamenta per una vera cultura del suono, ancor prima che dell’arte e dei suoi fautori, prestando maggior attenzione a ciò che l’universo uditivo ha da offrire di per se stesso, a costo di lasciare in secondo piano (o rimandare a un secondo momento) le implicazioni concettuali dell’opera che ne diventa il contenitore.

Benché già affermato come audio designer ed esordiente nel 2014 con alcune musiche per teatro-danza, il tedesco Andreas Usenbenz fa il suo ingresso ufficiale nel campo della sound art con un trittico di studi attorno alla risonanza delle campane, allo spettro (in ogni senso) di sfumature acustiche che le circondano in base al metodo e all’intensità di percussione. La materia prima alla base di “Bells Breath” è costituita interamente dalla registrazione in presa diretta dei diversi timbri appartenenti a dieci campane situate nel Duomo di Ulma, in Germania. In seguito all'elaborazione dei field recordings, nel 2015 l'opera è ritornata sul luogo in forma di installazione sonora site-specific.

Il lungo “Study III”, occupante la prima facciata del vinile, dimostra in maniera limpida quanto l’orecchio possa essere selettivo, e quello che distrattamente percepiamo come un suono costante e immutabile da ogni punto di vista, ha in realtà numerose tonalità parallele e un moto ondulato – insomma, quasi una vita propria, indipendente dall’azione esercitata sull’oggetto fisico – elementi che vi conferiscono una ricchezza cromatica che nel corso di venti minuti acquisisce persino delle tenui qualità descrittive.
È invece la traccia seguente a esplorare una successione cronologica percepita bergsonianamente, mettendo in azione una vera e propria macchina dei ricordi che avrebbe il suo esatto parallelo letterario nel “tempo perduto” e ritrovato di Proust, e più da vicino con la cristallizzazione simulata da eRikm nel recente “Doubse Hysterie”.
Lo "Study II" completa i venti minuti della seconda facciata con semplicità quasi enigmatica, laddove il tono della campana si fa minaccioso come un sommesso annuncio funebre che a seguito di lievi rintocchi si propaga spontaneamente in un'eco longilinea.

L’edizione digitale della nuova release su Klanggold contiene la “sleep version” della prima traccia, la cui durata di un’ora tonda ben si presta a conciliare il riposo passando attraverso un appagante stato meditativo. In entrambi i casi, “Bells Breath” si pone come esperienza d’ascolto profondo e immersivo, non senza ispirare la sottile e ricorrente riflessione sullo scorrere del tempo e sul legame fra tradizione e modernità, a partire da un elemento sonoro e simbolico che ancora oggi esiste e mantiene in vita le memorie di un passato sinesteticamente ricchissimo.

(17/02/2017)

  • Tracklist
  1. Study III
  2. Study IV
  3. Study II
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