Audiac

So Waltz

2017 (Klangbad) | avant-pop-rock

Alzi la mano chi si ricordava del nome Audiac. Ad essere appassionati degli Stereolab, potrebbe venire in mente il celebre “Mars Audiac Quintet”, ed effettivamente il collegamento con la band di cui si parla è tutt'altro che peregrino. Se ai più non verranno in mente altri possibili riferimenti, quei pochi che hanno avuto il piacere di ascoltare un album come “Thank You For Not Discussing The Outside World” difficilmente si saranno dimenticati di una simile esperienza d'ascolto. Figlio del trip-hop più sbilenco, del post-rock come fu definito da Simon Reynolds e di un'attitudine a cavallo tra il teatro mitteleuropeo e le sperimentazioni senza quartiere dell'epopea krauta, l'unico (finora) album della formazione tedesca si era stagliato per la sua straordinaria originalità e per un approccio a melodia e composizione tra i più peculiari in circolazione, che hanno permesso al disco di ottenere lo status di culto sotterraneo. Poi, per quattordici lunghi anni il silenzio, tanto da far credere che il progetto fosse destinato a rimanere legato a quella singola pubblicazione del 2003. La sorpresa nel sapere che alla fine si sia trattato soltanto di una lunghissima pausa, che il gruppo sia ancora in pista, è stata insomma forte. Ancor di più lo è stato ascoltare i tre quarti d'ora di “So Waltz”, e rendersi conto di quanto la formazione, ora asciugatasi alla coppia Alexander Wiemer e Niklas Davi, non abbia perso una stilla del proprio coraggio e della propria personalità, traslandola in un lavoro spiazzante e rigoglioso, che taglia ancora una volta i ponti con quanto è dato ascoltare attualmente. Teatrale, sinistro, sbilenco, ma dotato di un conturbante gusto pop, il duo conferma tutto il fascino insito nell'opera prima, impressionando per slancio espressivo e ricchezza tematica. Non poteva esserci una ripartenza migliore.

Supervisionato nuovamente dall'attenta produzione di Hans-Joachim Irmler dei Faust, il nuovo prodotto a firma Audiac conferma la natura aliena del progetto tedesco, il suo porsi in maniera “spontaneamente” controcorrente rispetto a qualsiasi proposta in giro, delineando un percorso che pare essere solo ed esclusivamente loro. Difficile non rilevare il contributo dato da cotanto produttore, specialmente nella modulazione del ricchissimo apparato tastieristico, che in più episodi riporta con la mente alla straordinaria epopea dei corrieri cosmici. È altrettanto difficile, però, considerare un album come “So Waltz” erede concreto (e tantomeno spirituale) di quell'irripetibile stagione creativa, dacché i mezzi a disposizione della coppia parlano di un eclettismo e una ricerca sonora ben poco inquadrabili in una sola prospettiva. Si è parlato di teatralità e approccio obliquo alla composizione: attraverso un ricorso incessante a filtri vocali, inaspettate variazioni melodiche di stampo prog e un apparato sonoro in continua evoluzione, la musica escogitata dal duo spazia tra epoche e stili, esibendo da un lato una grandiosa vena jazz, dall'altro finendo nel campo dell'avanguardia pop, con svariate parentesi intermedie nel mezzo. Il risultato, manco a dirlo, complimenta alla perfezione gli intenti e la pluralità di richiami insiti nel lavoro, abbinando alla notevole complessità degli incastri e delle composizioni un notevole senso della fruizione e del coinvolgimento, che punta all'attrazione e alla scoperta, piuttosto che a respingere potenziali ascoltatori. Anche in questo aspetto, un lavoro come “So Waltz” parla di un notevole savoir-faire, di una gestione dei propri mezzi tutt'altro che ordinaria.

Curando con analoga precisione il particolare e il generale, nel pot-pourri di stimoli e sensazioni che compone il disco, le linee vocali, ancora affidate al peculiare timbro di Alexander Wiemer, costituiscono il punto focale dell'attenzione, rinnovano gli appetiti rimasti insoddisfatti a lungo tempo. Filtrate, amplificate, inasprite nella loro espressività acida e allo stesso tempo cariche di un disarmante calore, le interpretazioni colgono alla perfezione lo spirito che anima il progetto, individuando ed enfatizzando l'aspetto drammatico, plateale dei brani.
“People Going Places” intercetta le inquietudini di Scott Walker e della Diamanda Galás più blues declinandole in un ammaliante contesto da camera, delineato dalle fluide evoluzioni di pianoforte e dai fugaci commenti di viola e chitarra elettrica, come se i labirinti della mente degli Annabel (lee) si incontrassero con l'espressionismo tedesco. È un binomio che trova molteplici possibilità di esposizione, delle più imprevedibili e improvvise: “Gospels Unreal” si avvale di un ostinato di pianoforte e synth, modulato a mo' di mellotron, e di un fantasioso batterismo jazzy per sorreggere le pesanti manipolazioni vocali, a creare una sorta di spettrale echo-chamber in cui le parole perdono quasi totalmente di significato. Allo stesso modo, uno standard quale “Dream A Little Dream Of Me” viene spinto ai massimi livelli evocativi nella sbilenca interpretazione di “Dreamadream”, in cui il canto in asincrono sfida le porte della percezione muovendosi con assoluta libertà sopra le fantasie di synth e pianoforte, e il tintinnare lento di batteria, costruito a supportare il sinuoso passo di danza nascosto tra le pieghe della composizione.

Il gioco al massacro degli schemi e delle convenzioni va avanti senza sosta: “Not Bound To Anything” sposa andamento swing e spunti classici affogandoli in un mare di archi modulati e piccoli sprazzi sintetici, stavolta davvero vicini alla lettura loro data dai grandi avventurieri cosmici. Laddove i toni diventano ulteriormente drammatici in “Ambulance Music”, piéce dall'imponente crescendo strumentale in cui il lato canoro si potenzia con fare da scena madre, la successiva “Broke” opera con maggiore aggressività attorno a melodie e performance, sballottando la voce tra i canali e addensando fitti rumorismi sopra e attorno a un elegante motivo pianistico.
Nella straordinaria eleganza dei brani (il più chiaro esempio la ballata conclusiva “Lay Down Stay Here”, pregna della sapienza negli arrangiamenti di un Van Dyke Parks, a cavallo tra dinamiche puramente pop e sentori vocal-jazz), nel saper essere un elemento costitutivo di strutture imprendibili e in continua evoluzione, si manifesta ancora una volta il valore degli Audiac, nonché la grandezza di “So Waltz”. Portavoce di una raffinatezza sfaccettata e lontana dagli stereotipi sophisti attualmente in voga, orgogliosamente fuori da ogni tempo e logica realizzativa, il duo tedesco ha confermato con la sua seconda prova tutta la sua classe e la totale libertà creativa, tirando fuori un prodotto lontano da paragoni, forte di un'originalità sempre più rara in prodotti afferenti, anche in maniera distante, al grande macrocosmo pop-rock. I quattordici anni di assenza non potevano essere spesi meglio.

(30/11/2017)

  • Tracklist
  1. So Waltz
  2. People Going Places
  3. Gospels Unreal
  4. Not Bound To Anything
  5. Ambulance Music
  6. Broke
  7. Dreamadream
  8. Doberman
  9. When You Say My Name
  10. Lay Down Stay Here




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