BBQ

Mark Sultan

2017 (In The Red) | rock'n'roll, rockabilly

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?
Ma, soprattutto, a quale dei suoi due alias va intestato il nuovo album di Marco Antonio Pepe?
Spotify e la In The Red propendono per Mark Sultan, mentre altrove si accredita BBQ, forse per il ritorno al nudo integrale della formula one-man-band, la stessa che anima regolarmente gli show in solitaria del Nostro ma che su disco mancava all’appello addirittura da dodici anni, dall’acclamato “Tie Your Noose”, per la precisione. A infittire il mistero, va poi segnalato che un paio di anni fa la raccolta ha avuto un’anteprima di quattro tracce in formato Ep , con il medesimo gioco di ambiguità fra titolo e copertina. Scherzose amenità a parte, il pur infimo interrogativo piazzato in testa a questa recensione non è poi così trascurabile, qualora si intenda circoscrivere la sfumatura caratteriale privilegiata per l’occasione dal rocker di Montreal, quella caciarona delle birbonate in combutta con King Khan oppure l’altra, quella più sentimentale.

E’ il solito Sultan, vien da pensare subito. Sguaiato, sgangherato, essenziale, affilatissimo eppure sublimato nei suoi sghembi bozzetti da un romanticismo d’altri tempi. Le registrazioni però, effettuate live su un quattro piste con giusto qualche sovraincisione vocale, sono se possibile più rudi e spartane che mai. E allora passi che non ci siano artifici o edulcoranti di sorta, è quasi un requisito per lavori di questa fatta, ma il secondo game va a BBQ senza discussioni. Quello di “The Other Two” è proprio un Pepe al grado zero, senza abbellimenti o complicazioni, e non si cura affatto di poter suonare angusto o monocorde. Bastano i riff smozzicati della sua grattugia, un rockabilly al tetano e quell’inflessione da figlio di un Dio minore, da cane bastonato che canta a una luna indifferente i suoi proverbiali patimenti. Ancora un disco che è tutto cuore, quindi, con oscillazioni di mood ridotte al minimo sindacale, dalla schietta ma luciferina “Broken Arms” alla sfuriata garage slabbratissima e con la bava alla bocca di “Black And Blue”, solito compendio di infima fedeltà sonora e irruenza da scoppiati, mantenuta a livelli più che discreti di isteria rock’n’roll.

A fare la differenza è l’incisività pazzesca di quei suoi ritornelli tirati su con niente eppure memorabili, scampoli di un giubileo canzonettaro a discredito del quale neppure la confezione pidocchiosa può nulla. In un certo senso questo nuovo lavoro va inteso come un’opera definitiva, un manifesto della sua estetica arruffata e splendente, selvaggia e traboccante lirismo di seconda (“I Love You So Much”, cover del cantante di Nashville Jimmy Wayne) come di millesima mano (adeguato molto opportunamente alla sua sensibilità di mirabile reietto). Come al solito, in lui il revival non può essere liquidato per dabbenaggine come una bieca operazione di stile, perché si tratta della più genuina delle manifestazioni espressive per un interprete che, da sempre, pare aver annullato gli steccati che separano arte e vita.

A penalizzare una raccolta ancora adorabile, a modo suo, è la mancanza di opzioni spendibili che diano il cambio a questa cifra immutabile, riproposta senza significative variazioni dalla prima all’ultima traccia. L’assenza di ospiti o di una strumentazione pure eccentrica, ma alternativa alla solita lagnosa chincaglieria, si fa sentire e restituisce un senso di solitudine e disperazione (“You To Be Mine”) non certo nuovo nei suoi lavori ma nella circostanza, forse, davvero un po’ troppo asfittico e limitante. L’apoteosi di questo sprofondo umorale è rappresentata dal doppio crepuscolo di “Will You Teach Me” – rilettura da una misconosciuta formazione olandese dei tardi Sixties, i Group $oall – e “It’s Suicide”, ulteriore emblema del pozzo scuro da cui affiorano i refrain del canadese. A ben vedere, non è difficile cogliere un’intonazione che potrebbe anche risuonare angosciosa e preoccupante, non sapessimo con che razza di personaggio abbiamo a che fare. Il broncio perenne e l’espressione allucinata, in realtà, fanno parte del corredo, quindi non c’è ragione di allarmarsi.

Il garagista nordamericano va preso insomma per quel che è, con le sue afasie, le ulcerazioni caserecce del suo sound, persino le sue bizze live da eterno incompreso. E’ un musicista poco incline al compromesso e particolarmente refrattario al cambiamento, ma la sua purezza non può essere in alcun modo messa in discussione. Che poi in quest’occasione si sia manifestato come Mark Sultan o come Bbq, non lo sapremo mai con certezza. Il risultato, nel dubbio, descrive un sostanziale pareggio tra le due incarnazioni.

(15/02/2017)

  • Tracklist
  1. Agitated        
  2. The Other Two          
  3. Broken Arms 
  4. Black & Blue 
  5. Knock On Wood       
  6. Rock Me        
  7. I Love You So Much
  8. Now You're Gone     
  9. You To Be Mine       
  10. Will You Teach Me
  11. It's Suicide     
  12. Let Me Be
Mark Sultan su OndaRock
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