Beach Fossils

Somersault

2017 (Bayonet) | jangle-pop

Diciamo la verità: i Beach Fossils più che un gruppo vero e proprio sono sempre stati gli interpreti delle fantasie di James Dustin Payseur. È infatti merito della sua intraprendenza e testardaggine se la band americana è riuscita a sopravvivere ai continui dissidi e abbandoni che ne hanno infine modificato in parte le direttive stilistiche. E ora che anche Tommy Gardner ha lasciato il gruppo, la scelta di abbandonare l'etichetta Captured Tracks appare come il segnale della completa autonomia e consapevolezza di Payseur e dei suoi più fedeli collaboratori.

Il terzo disco della band in parte rivoluziona la loro attitudine stilistica, sostituendo al vecchio chiaroscuro una fonte di luci e colori che sorprende.
Quando nessuno più ci sperava, e nell'attimo in cui altri eroi del jangle-pop avanzano a tentoni in cerca dell'ispirazione (Real Estate, Hoops), i Beach Fossils superano in volata i loro colleghi con il perfect summer record: un album variegato e intrigante che alla maniera dell'ultimo Mac DeMarco omaggia la stagione d'oro dell'easy listening e del soft-rock anni 70.

"Somersault" dispensa trentacinque minuti di impeccabili creazioni armoniche, undici pop song condite da cascate di suoni cristallini di chitarra, flussi ritmici delicati, voci eteree, deliziosi arrangiamenti d'archi e,"udite udite", flauti, pianoforti, sassofoni e clavicembali.
Mentre i padri putativi del chamber-pop (Zombies) portano in giro per il mondo il loro ("Odyssey And Oracle") in veste live, James Payseur dà finalmente senso compiuto all'amore per i Sixties, pubblicamente dichiarato nella serie televisiva "Vinyl".

Nessuna incertezza, nessun cedimento, forse nessun picco (tranne "Be Nothing"?) ma senza alcun dubbio "Somersault" è il disco più convincente e riuscito della band americana. Le ingenuità surf dell'esordio e le incertezze di "Clash The Truth" sono solo un ricordo, anche quando prevale la malinconia, semplicità e candore lirico prendono il sopravvento.
Sono gli archi il vero motore del rinnovamento stilistico dei Beach Fossils, a loro spetta il compito di diradare quell'aria melodrammatica e finto-aggressiva che aveva catturato le ambizioni di Payseur, le canzoni sono confidenziali, le armonie vocali sono calde e avvolgenti, l'atmosfera è quasi evanescente, ma soprattutto le canzoni mettono in campo una varietà finora aliena.

Gli arrangiamenti più elaborati e raffinati rischiavano in verità di infagottare con sonorità pompose e ridondanti la voluta fragilità delle canzoni, per fortuna il jangle-pop di "Somersault" è maturo al punto giusto, pronto a lasciarsi dietro le ossessioni lo-fi del passato e libero finalmente di contaminarsi e sporcarsi le mani.
Ed è quello che accade in due episodi-chiave dell'album: ovvero nell'inatteso soul-rap tinto di jazz di "Rise", dove il rapper Cities Aviv duetta con un tenebroso sax, e nel malizioso trip-hop di "Social Jetlag", che si dispiega tra deliziosi breakbeat, un pianoforte e le ovattate sonorità del flauto, lasciando scorrere suggestioni r&b quasi mainstream.

Se "This Year" e "Down The Line" rassicurano i fan di vecchia data confermando l'abilità del gruppo nel modellare piccoli gioiellini deja-vu, alcune canzoni più ambiziose e articolate mettono in mostra un'evoluzione stilistica che stupisce e appassiona. Da un versante la ballata elettro-acustica alla Byrds ("May 1st") e l'incantevole midtempo condito da sonorità vintage di synth e da un refrain appiccicoso di "Sugar" certificano la maturità del songwriting, dall'altro lato invece la lunga (cinque minuti) e imprevedibile "Be Nothing" sfida le logiche del mordi e fuggi di molte canzoni pop moderne, mettendo insieme cori alla Crosby, Stills & Nash, un basso alla Cure e un break chitarristico in bilico tra shoegaze e finto-grunge, regalandoci una delle canzoni più trascinanti del "moderno folk-pop psichedelico".

A certificare la nuova direzione stilistica dei Beach Fossils concorre anche il piccolo cameo di Rachel Goswell degli Slowdive, splendida complice vocale di quel gioiellino in bilico tra le innocenze della Sarah Records e le raffinate armonie solari dei Pearlfishers intitolato "Tangerine", un brano che già nel titolo racchiude tutto quell'immaginario psych-pop che la band americana ritempra con una giusta dose di naturalezza e brio.
L'estate è alle porte, ed è tempo di mettere da parte la vostra colonna sonora. Dunque, non dimenticatevi di "Somersault" e tornerete dalle vacanze con un sorriso in più.

(09/06/2017)



  • Tracklist
  1. This Year
  2. Tangerine
  3. Saint Ivy
  4. May 1st
  5. Rise
  6. Sugar
  7. Closer Everywhere
  8. Social Jetlag
  9. Down The Line
  10. Be Nothing
  11. That's All For Now
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