Brian Eno

Reflection

2017 (Warp) | ambient

"Di cosa parliamo quando parliamo di ambient music?" Non è soltanto la domanda che ci si pone di fronte a ogni nuovo album solista di Brian Eno, ma anche e soprattutto un tentativo di ridefinire e mantenere vivo un concetto che nel tempo ha trovato nuovi referenti, sviando quasi del tutto dai presupposti "filosofici" alla sua origine.
Forse, insomma, non si tratta semplicemente di un aprioristico timore reverenziale nei confronti di una figura così imponente della musica contemporanea: se ancora oggi gli occhi sono puntati su Eno, è per la comprovata capacità di ristabilire un ordine, non come un tiranno sprezzante verso i suoi virtuali sudditi ma piuttosto come la guida spirituale di tanti adepti più o meno devoti, tracciando le linee guida di un'estetica della quale è il padre putativo.

In meno di un anno, due progetti sviluppati in parallelo: l'album nel senso tradizionale, la storia della nave (ma anche la nave della storia, tra l'addio a Bowie e il revival dei Velvet Underground) che si allontana silenziosamente verso l'orizzonte; il primo di gennaio, assieme a un messaggio sulle sorti politiche del mondo attuale, l'oggetto musicale, inteso come oggettivazione ultima del proprio pensiero creativo.
"Reflection": proiezione esteriore del sé osservata coi propri occhi, unico strumento di lettura visiva del reale. Di fronte a uno specchio ci sentiamo frazionati, ed è come se le due immagini si annullassero a vicenda; abbiamo la facoltà di inquadrare e schematizzare ogni cosa che ci circonda, ma non riusciamo a interpretare quel profilo che incontriamo davanti a una superficie riflettente - sia essa nitida, "trasparente", oppure deformata.

Nella maniera più semplice e innocente possibile, il nuovo disco di Eno rischia di mettere in discussione tutto ciò che l'ambient è stata da "Discreet Music" in poi: materiale sonoro che, come gli "arredamenti" di Erik Satie, auspicava di assestarsi sul secondo piano percettivo per agire "di riflesso" sull'esperienza - di vita, più che d'ascolto - di coloro che si trovassero entro il suo raggio; e che invece, nella sua discreta perfezione, ritornava protagonista e surclassava per manifesta superiorità ogni altro stimolo concomitante.
Primo piano, secondo piano, riguardano ancora una soglia percettiva a noi prossima. "Reflection" non occupa né l'uno né l'altro: è esso stesso il piano, il grado della neutralità, lo zero attorno al quale tutto esiste e si manifesta. Ovviamente non si tratta del silenzio, bensì di uno spazio trasparente e traspirante sul quale stille di suono puro precipitano, si depositano e si espandono in cerchi concentrici.
Se lo stato meditativo coincide col faticoso - se non impossibile - annullamento dell'azione cerebrale, lungo lo spazio di questi sessanta minuti Brian Eno compie forse il suo definitivo esercizio di assenza, abbandonando anche il più tenue carattere immaginifico (sia esso il contesto-fantasma aeroportuale o il perpetuo baluginio autunnale di "Lux") per fare il passo decisivo verso la vacuità digitale di un salvaschermo della mente, pellicola infinitamente sottile adagiata sulla realtà sensibile.

Oltre questo rimane, dalla parte del deus ex machina (assieme mostrato e celato in copertina, through a glass darkly), un approfondimento tecnico che ha sempre più a che fare con algoritmi e applicazioni mobile che ne alterano unicamente l'estensione, e sempre meno con risvolti concettuali dai quali sembra sia preferibile sviare, forse nella convinzione che l'argomento si sia già esaurito da tempo, almeno a parole. Mai come in questo caso viene a crearsi uno scomodo paradosso, laddove ci sarebbe molto da dire su ciò che invece vuole uscire una volta per tutte dal quadro, scomparire dentro la sua minuta essenza.

(28/01/2017)

  • Tracklist
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