Chain & The Gang

Experimental Music

2017 (Radical Elite) | garage-blues

Per quanto manchino al sipario ancora un paio di mesi, il 2017 di Ian Svenonius può già essere ragionevolmente etichettato come una di quelle annate oltremodo intense. Ormai mandata in archivio la serie di date con cui è tornato a far follie alla testa dei redivivi Make-Up, a giorni l'eccentrico artista statunitense si toglierà lo sfizio di un falso esordio solista a nome Escape-ism, il primo da quando tre abbondanti lustri orsono "Play Power" venne intestato al velleitario alias David Candy. Due eventi significativi e in un certo senso collaterali al rilancio in grande stile del progetto Chain & The Gang, con una raccolta di reinterpretazioni dal precedente repertorio ("Best Of Crime Rock"), un live registrato alla corte dell'ammiratore Jack White ("Live At Third Man Records") e questo quinto capitolo su lunga distanza, fuori per l'etichetta personale Radical Elite.

Registrato in presa diretta su un quattro piste ad Ann Arbor, nel Michigan, assieme a una Gang rimpolpata grazie agli innesti dell'esperto chitarrista dei Gories Danny Kroha e di Fred Thomas, Shelley Salant e Amber Fellows dei Tyvek, "Experimental Music" rilancia forte sulla carta dell'entusiasmo. È un disco che ricerca più che mai la leggerezza, smaliziato nella sua lussuriosa enfasi revivalista e orientato a porre un freno al polemismo proverbiale del rocker, ormai prossimo alle cinquanta primavere. Una volta ancora, a imporsi è l'impareggiabile ironia del guitto di Chicago, castigatore di vezzi e costumi non esclusivamente musicali, ma il tocco riesce appunto aggraziato, stralunato persino, e questo giova non poco anche alla verbosa isteria della casa. La verve incendiaria di un tempo si è fatta mansueta, è notorio, ma la lingua di Svenonius continua a essere quella biforcuta e incontenibile di sempre, pur se messa al servizio di bozzetti garage-blues all'apparenza innocui.

Se "If I Was An Animal" è un'invettiva non solo animalista ma anche femminista, apparecchiata da un falsetto sdrucito e godibilissimo, degno di analoghe uscite di King Khan con gli Shrines, tra romanticismo all'aceto e modernariato beat, il Nostro torna a farsi gioiosamente aggressivo con "Rome Wasn't Burnt In A Day", a metà strada tra il luridume di un Mark Arm, il punk vecchia scuola di Wild Billy Childish e quello più attuale della "figlioccia" Katie Alice Greer, all'insegna di un'accessibilità comunque mai così spudorata.
"Experimental Music" mette in fila una collezione di dieci brani, agili e immediati nella loro semplicità, che depennano quei passi falsi a livello di scrittura che da sempre indebolivano questo progetto con qualche sgorbio di troppo in repertorio. Ian appare insomma più concentrato ed efficace che mai nella sua instancabile missione di proselitismo passatista, con meno trasandatezza fine a se stessa e ancor più accuratezza da amatori, meno fumoso istrionismo e più passione easy listening, meno predicozzi o elucubrazioni concettuali e più poesia allo stato puro, raggiungendo nuove vette nella robusta frenesia proto-punk di "Come Over" e soprattutto nella sublime disinvoltura rock 'n' roll delle guizzanti "Don't Scare The Ghost Away" e "Three Made A Fool Out Of Me".

L'inflessione resta qua e là superbamente malinconica, da sempre uno dei trucchi migliori di questa immarcescibile faccia da schiaffi del circo indipendente. In piena zona Make-Up, la chiusa di "I Hate Winners" vale allora come promemoria, l'ennesimo tassello di un manifesto identitario, adorabile per strafottenza, che porta avanti la sua instancabile opera di autoconservazione da almeno un quarto di secolo a questa parte. All'appello non manca che la resurrezione dei Nation Of Ulysses e poi le avremo (ri-)viste proprio tutte.

(20/10/2017)

  • Tracklist
  1. Experimental Music
  2. The Logic Of Night
  3. If I Was An Animal
  4. Rome
  5. Don't Make Me Dream
  6. Come Over
  7. Three Made A Fool Out Of Me
  8. Temporary Insanity
  9. Don't Scare The Ghost
  10. I Hate Winners
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