Chiara Civello

Eclipse

2017 (Sony Music Entertainment) | bossa nova, electro-pop-jazz

Diciamolo chiaramente: una cantante come Chiara Civello la scena italiana di oggi non se la merita. Mentre volgari schiamazzatrici da arena televisiva continuano a imperversare nelle classifiche, l'universo musicale della chanteuse romana di sangue siculo resta a distanza siderale, perso nella sua nebulosa senza tempo di languori bossa nova, sinuosità jazzy e vocalizzi felpati. Un felice isolamento che però ha sempre consentito alla Civello - forte anche del suo robusto pedigree internazionale - un'assoluta libertà nelle scelte artistiche, come conferma anche questo suo nuovo disco, che esce per Sony Music con discreto battage pubblicitario, tutto considerato. Perché "Eclipse" è un album molto raffinato. Troppo raffinato, forse, per la voracità usa e getta della macchina discografica nazionale. Ma se il tempo è galantuomo, ci sarà sempre del gusto nel sorseggiare lentamente, come un bicchiere di brandy, queste nuove interpretazioni sofisticate, tra cover e inediti di valore, ai quali hanno contribuito autori di punta del pop italiano, come Cristina Donà, Francesco Bianconi (Baustelle), Dimartino, Diana Tejera e Diego Mancino.

Registrato tra Parigi, New York, Rio de Janeiro e Bari, a conferma dell'anima cosmopolita della sua autrice, "Eclipse" fa leva anzitutto su un'azzeccata scelta produttiva: Marc Collin dei Nouvelle Vague porta in dote, infatti, il suo bagaglio retrofuturista di tastiere, moog, drum machine e organi elettrici, forgiando un involucro elettropop che si attaglia magnificamente agli struggimenti bossa-lounge-pop cari alla ragazza italiana per la quale si scomodò Burt Bacharach (scrivendo per lei "Trouble") e che Tony Bennett, prima di partire per la tangente con Lady Gaga, definì "la miglior cantante jazz della sua generazione". È un uso calibrato, impressionista dell'elettronica, che riesce a modernizzare canzoni strutturalmente "classiche", aggiungendo un gusto eccentrico in grado di scrostare quella patina di leziosità che restava, forse, il principale difetto delle produzioni della Civello.

Nella gara tra gli autori, a sorpresa, la spunta il meno blasonato Mancino, che piazza due affondi melodici perfetti per le corde della cantante romana (posti, non a caso, in cima alla tracklist): l'iniziale "Come vanno le cose" e "Qualcuno come te". La prima è una bossa postmoderna alla Gal Costa, superbamente arrangiata con il french touch di Collin, la chitarra franco-algerina e le percussioni brasiliane di Mauro Refosco. La seconda è una di quelle ballate da letto sfatto e tormenti post-amorosi che un tempo avrebbero fatto la fortuna di Mina ("L'importante è finire" vi dice qualcosa?) o di Ornella Vanoni, e che Chiara suggella con un'interpretazione degna di cotante muse, anche per via di una sensualità irresistibile che già le valse il titolo di "afrodisiaco da assumersi sotto controllo medico" (cfr. Camillo Langone, "Il Foglio").
Ma anche il resto dei "duetti compositivi" non delude: con "Cuore in tasca" Dimartino asseconda le venature soul e gli istrionici voli stilistici della Civello su un soffice tappeto di organi d'antan, la rarefatta "New York City Boy" di Bianconi è una stanza d'albergo in penombra che riflette soffusi bagliori jazz-blues, "La giusta distanza" della Tejera mette in scena un più classico numero soft-pop con la Vanoni ancora dietro l'angolo, mentre "To Be Wild" (Donà) è una bella dichiarazione d'indipendenza al femminile, condita da una melodia struggente e sfiziosi arrangiamenti electro-lounge.

Corposa è poi la sezione cinematografica, con il ripescaggio di alcune chicche, come una versione intima per chitarra e voce di "Amore, amore, amore", scritta da Alberto Sordi e Piero Piccioni; una vellutata "Quello che conta", che riporta alla luce il bel tema interpretato da Luigi Tenco e composto da Ennio Morricone e Luciano Salce per il film "La Cuccagna"; e infine una spiazzante rilettura electro-funky di "Eclisse Twist", che Michelangelo Antonioni scrisse con Giovanni Fusco per affidarla alla voce di Mina. E a proposito della Tigre di Cremona, c'è posto anche per un suo superclassico, "Parole parole", che diventa l'occasione per gettare un ponte tra Italia e Francia sopra i ricami di un organo Crumar, rievocando anche la versione transalpina di Dalida e Alain Delon in un mood jazzy (con i pregevoli inserti di flauto di Alfonso Deidda).
L'immancabile omaggio al Brasile, seconda patria musicale della Civello, si sostanzia invece nello scanzonato sambalanco di "Sambarilove" (firmata con Roubinho Jacobina) e nel divertissement di "Um dia", in cui la protagonista gioca con Pedro Sà (il chitarrista di Caetano Veloso) sulle contraddizioni dei nati sotto il segno dei Gemelli, che un giorno vogliono una cosa e un giorno un'altra.

Con "Eclipse" si completa il percorso di riavvicinamento di Chiara Civello alle radici italiane, ma al tempo stesso si cristallizza definitivamente la sua irriducibilità alle mode nostrane (sono gli autori che si piegano al suo stile, non viceversa), la sua perenne vocazione internazionale di cervello musicale in fuga, che trova qui il miglior alleato possibile in Collin. Se con i Nouvelle Vague il musicista francese era riuscito nell'impresa di trasformare in soffici confetti bossa nova addirittura dei classici della new wave, al cospetto della cantante di "Last Quarter Moon", in fondo, la strada era già in discesa. Non restava che aggiungere quel pizzico di ironia, leggerezza e imprevedibilità indispensabile per smussare gli ultimi residui accademici dell'artista forgiata dal rigido Berklee College of Music di Boston. Missione compiuta.

(14/04/2017)



  • Tracklist
  1. Come vanno le cose
  2. Eclisse twist
  3. Cuore in tasca
  4. Qualcuno come te
  5. Sambarilove
  6. Parole parole
  7. Amore amore amore
  8. La giusta distanza
  9. Um dia
  10. New York City Boy
  11. To Be Wild
  12. Quello che conta


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