Childhood

Universal High

2017 (Marathon Artists) | funky, soul, pop

Qualche ricordo lontano, un paesaggio preciso eppure nello stesso tempo astratto, un battito soul nella notte: questo è quello che evoca "Universal High", il secondo, sorprendente lavoro dei Childhood. A distanza di tre anni da "Lacuna", piccola gemma indie-pop/madchester, il quartetto di Nottingham risorge grazie a un'improvvisa sterzata, portando una ventata di novità nel sound originariamente proposto.
Registrato ai Maze Studios di Atlanta lavorando fianco a fianco col produttore Ben H. Allen III - già noto per aver lavorato con artisti del calibro di Deerhunter, Belle and Sebastian e Washed Out - "Universal High" mette in luce l'evoluzione mentale e musicale dei Childhood, come afferma lo stesso Ben Romans-Hopcraft, frontman della band.

Il nuovo lavoro scaturisce infatti dalle radici "black" del cantante, attorniato, nel suo percorso di musicista e ascoltatore, da sonorità debitrici principalmente dell'epoca d'oro della Motown. Ma c'è tanto altro ancora: "Universal High" riesce infatti a far combaciare un mood lounge-oriented con un'anima elettronica, mentre la vena autoriale strizza l'occhio alle recenti uscite orchestrali di Alex Turner.
Le dieci nuove canzoni convincono molto e mostrano un'efficacia pop a tratti sorprendente. I primi due singoli, "Californian Light" e "Cameo", sono degni di ammirazione proprio in questo senso: la prima, col suo piglio fresco e solare, racconta di un amore finito male, ma il groove possente e il gentile falsetto creano un'atmosfera distensiva e rilassata, ideale per bere un mojito sulla sabbia rovente.
La seconda, forte di una melodia simile ad "Amarsi un po'" di Lucio Battisti, riaggiorna il gruppo in chiave indie pop-soul. Un pizzico di Italia sembra essere rievocata anche in "Melody Says", i synth nel ritornello riportano ai fasti progressive del Battiato di "Pollution", mentre l'intelaiatura del brano mostra il lato quasi prog-pop della band, memore forse dei recenti lavori dei Dutch Uncles. Progressive sí, ma con un cuore molto più 80's di quanto si possa pensare. "Understanding" sembra provenire invece dall'ultima fatica dei Blur ("The Magic Whip"), l'andamento e il synth sono sonnambuli e disegnano in cerchio una melodia estatica anche grazie al basso del nuovo membro della band, Thomas Tomaski, vero mattatore dell'album.

Da ricordare anche il gospel da classifica di "Don't Have Me Back" e il groviglio madchester-psichedelico di "Never Ever Seems Right" che, grazie a un ritornello sospeso tra il Prince più funambolico e la dance da club, risulta uno dei vertici dell'album. In definitiva, il ritorno dei Childhood è destinato a rimanere nel tempo come un ottimo lavoro, scritto con una perizia tale da far arrossire d'invidia coloro che puntualmente storceranno il naso per questa svolta musicale. In realtà, non tutti gli elementi di sfondo di "Lacuna" sono andati persi, e seppure la band non sposterà gli equilibri dell'indie-pop britannico, la raffinatezza e la vivacità di alcune composizioni avranno poco da invidiare a quelle di nomi più in auge al momento.

(03/08/2017)

  • Tracklist
  1. A.M.D. 
  2. Californian Light 
  3. Cameo 
  4. Too Old For My Tears 
  5. Melody Says 
  6. Universal High 
  7. Understanding 
  8. Don't Have Me Back 
  9. Nothing Ever Seems Right 
  10. Monitor
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