Chuck Prophet

Bobby Fuller Died For Your Sins

2017 (Yep Roc) | power-pop, songwriter

Inarrestabile Chuck Prophet! Trentaquattro anni di carriera non hanno scalfito neanche un po’ l’ardore dell’ex-chitarrista dei Green On Red, da sempre animale da palco con pochi eguali, almeno tra gli indipendenti. In studio, non ci si illuda, la musica è la stessa e “Bobby Fuller Died For Your Sins” ne dà una conferma incontrovertibile. Giunto al tredicesimo album a proprio nome, cui vanno sommati i sei nella mitica compagine di Tucson e quell’unico capitolo dell’avventura condivisa con il compianto Jim Dickinson, Raisins In The Sun, il Nostro ribadisce uno stato di salute creativa a dir poco invidiabile, merito in verità da condividersi con l’esperto Paul Q. Kolderie (Morphine, Radiohead, Lemonheads) che cura la parte produttiva e con l’esplosiva band dei The Mission Express che ne asseconda i guizzi da circa un lustro: James DePrato come seconda chitarra, Kevin T. White al basso, Vicente Rodriguez dietro i rullanti e la corista Stephanie Finch, che è anche la signora Prophet, alle tastiere.

Prophet ha definito “noir californiano” questa nuova fatica per le sue costanti intersezioni tra realtà e finzione, con il sogno dorato della proverbiale endless summer a fare da tetro fondale in un’atmosfera di malia decadente che ha nello sfortunato songwriter di “I Fought The Law”, il Bobby Fuller del titolo, l’eroe incontrastato di un mondo che non c’è più. L’impronta è malinconica ma graffiante e al centro delle sue speculazioni c’è la stessa San Francisco controversa e letteraria di “Temple Beautiful”, qui animata da un vero e proprio caleidoscopio di influenze musicali, dai polverosi scenari dei fin ovvi Green On Red a Link Wray, passando per formule più sbarazzine che lo avvicinano ai compagni di scuderia Fleshtones e Minus 5 o all’ancor giovane prodigio Ezra Furman. Un album che è un po’ tutto un omaggio a caduti più o meno mitologici (il già citato Fuller, David Bowie, Peter Sellers, Alan Vega) e si chiude con una dedica a un povero Cristo ispanico crivellato di colpi dalla polizia, e che l’autore ha dichiarato essere “la mia prima canzone di protesta”.

Lucido nel non eccedere in melensaggini, Prophet mostra di prediligere un approccio accessibile come pochi, popolare e populista ma mai ruffiano. Parte col jangle-pop scintillante della title track e recita la parte del gran cerimoniere, dell’intrattenitore a un tempo languido e spigliato che fa leva su un’affabulazione nostalgica, esercitata a tutto campo, ma anche su un piglio scanzonato ed entusiasta che contagia all’istante. I suoi dialoghi a sei corde con DePrato e quelli vocali con la consorte valgono il prezzo del biglietto. L’eco del Mark Oliver Everett intimista si infrange su quelli di una miriade di cantautori d’indirizzo country-folk classicista (“Open Up Your Heart”). Per fortuna, ad ogni modo, non manca di dispensare col miele anche quel po’ di veleno e di dare continue rimescolate al suo mazzo, rifugiandosi in qualche provvidenziale singalong, spingendo verso la pazzia i suoi boogie riarsi (“Coming Out In Code”) o affidandosi a un registro più nervoso e asciutto, lasciando che tornino a soffiare i venti di un deserto rischiarato da occasionali bagliori elettrici (il power-pop scontroso, ma a suo modo magnetico, di “Your Skin”).

Lo scenario prediletto rimane quello della California più aspra e selvaggia, bruciata da una canicola irridente che può dare seriamente alla testa, con il gruppo chiamato a spingere a tavoletta e a non offrire asilo alle ambiguità espressive o alle esasperazioni. Fedele a un’idea di rocker magari superata quasi quanto alla propria indefessa indole romantica, Chuck regala un’altra manciata di appassionate ballad da veterano e perdente di classe, o da maestro di contemplazione (“We Got Up And Played”), conficcandole perlopiù nella pancia di un disco scritto e suonato tutto di cuore, pieno di spifferi e barbagli preziosi: non solo la trascinante epigrafe di “Bad Year For Rock And Roll” o le spettrali (e ludiche) animazioni di “In The Mausoleum”, ma anche la paginetta di un personale vangelo apocrifo intitolata “Jesus Was A Social Drinker” – che è anche una torrenziale elegia da mandare ad libitum sull’ideale lettore, mentre il giorno sfuma in dissolvenza – o l’apoteosi di “Post-War Cinematic Dead Man Blues”, firma di un sognatore abile a riconvertire in ebbrezza positiva il proprio disincanto senza quartiere.

Francamente perdonabili, a margine, quel paio di episodi più convenzionali salvati peraltro in corner dall’ironia della casa, vedi l’heartland rock di una “Rider On The Train” comunque non soffocata dalla trita retorica di genere. A compensare si piazza il finale di “Alex Nieto” con le sue brave scorticature, infiammato da un’indignazione civile giocata a viso aperto che contribuisce a immortalare Chuck Prophet anche tra i più limpidi testimoni della canzone d’autore americana in questi tempi grami.

(19/12/2017)

  • Tracklist
  1. Bobby Fuller Died For Your Sins    
  2. Your Skin    
  3. Open Up Your Heart    
  4. Coming Out In Code    
  5. Killing Machine    
  6. Bad Year For Rock And Roll    
  7. Jesus Was A Social Drinker    
  8. In The Mausoleum    
  9. Rider Or The Train    
  10. If I Was Connie Britton    
  11. Post-War Cinematic Dead Man Blues    
  12. We Got Up And Played    
  13. Alex Nieto
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