Emidio Clementi e Corrado Nuccini

Quattro Quartetti

2017 (42Records) | spoken word, post-rock

Only through time time is conquered
(Solo col tempo si conquista il tempo)
Quando ci si muove sempre, e da sempre, all'interno di schemi che ben si conoscono e che ci garantiscono la minor dose di rischio, è uso comune definirla col termine anglosassone "comfort zone". Un concetto facilmente invalidabile nel caso in cui il soggetto sia solito avventurarsi in territori disagevoli, scegliendo strade che conducono alla verità solo per via di una profonda quanto necessaria compromissione di un già precario equilibrio psichico ed emozionale. Tale è la sfida ricorrente sottesa a tutta la letteratura americana del ventesimo secolo (nativa e adottiva), barometro di una crisi esistenziale incurabile se non - almeno in parte - nella propria insistente rielaborazione.

Dopo il suo "La ragione delle mani" e il "Notturno americano" da Emanuel Carnevali, la terza prova di Emidio Clementi abbinata alle musiche di Corrado Nuccini (Giardini di Mirò) non è soltanto un drastico cambio di scenario e di registro, ma anche un decisivo rilancio della posta in gioco: i "Quattro Quartetti" di Thomas Stearns Eliot rappresentano la sfida di una scrittura assente a se stessa, di una lettura solipsistica e inebriante che costringe a immergersi tra versi sciolti dove le parole ritornano ciclicamente, quasi minacciose, come segni e simboli profetici.
Ventitré anni dopo "La terra desolata" - opera-mondo in cui passato e presente coesistono in un magmatico citazionismo sacro/profano - Eliot scioglie l'ermetismo del suo poema identificativo e come un torrente in piena si abbandona al dolente salmodiare di una coscienza superiore, lo scrutare di un animo annichilito e pronto a redimersi solo un attimo prima che tutto abbia fine - e dunque Tutto abbia Inizio.

"Nel mio principio è la mia fine | Nella mia fine è il mio principio". Entro la cosmogonia sacrale di Eliot l'Alfa e l'Omega divengono indistinguibili, e allo stesso modo molti passaggi rimarcano l'invisibile coesistenza degli opposti in una prospettiva assoluta, riecheggiando la promessa di Cristo riguardo a coloro che entreranno nel Regno dei Cieli:
Per arrivare dove voi siete, per andar via da dove non siete,
Dovete fare una strada nella quale non c'è estasi.
Per arrivare a ciò che non sapete
Dovete fare una strada che è quella dell'ignoranza.
Per possedere ciò che non possedete
dovete fare la strada della privazione.
Versi ossessivi si inscrivono nel continuo martellare del pianoforte, implacabile come la voce che trascinandosi lo insegue, evocando simboli e spiriti che subito si diradano, riassorbiti dalla nube della non-conoscenza. Nuccini plasma un sound design variegato ma pervasivamente scuro, arricchito da suoni "trovati" nello studio di Clementi e da nervature elettroniche che certo hanno ereditato i tratti primari del recente duo Sorge.
Lo sguardo di Eliot si eleva quanto più possibile al di sopra dell'umana ragione per poi, in una sequenza appena successiva, affondare mani e piedi nella melma e nella polvere di una nuova waste land alla fine del mondo, scossa da tremori sinistri e attraversata da un'assortita parata di sconfitti.
O buio, buio, buio. Tutti vanno nel buio,
Nei vuoti spazi interstellari, il vuoto va nel vuoto,
I capitani, gli uomini d'affari, gli eminenti letterati [...]
E tutti noi andiamo con loro, nel funerale silenzioso,
Funerale di nessuno, perché non c'è nessuno da seppellire.
È l'ultimo movimento a segnare infine un'apertura verso l'agognata pacificazione eterna, l'avvistamento di un approdo tranquillo e soleggiato dove "ogni sorta di cose sarà bene", e come preannunciato si tramuterà nel suo opposto: "Così il buio sarà la luce, e la quiete la danza".

Nella scrittura di Eliot mediata da Clementi (con la traduzione di Filippo Donini per l'edizione Garzanti) si avverte il tormentato anelito al trascendente e il peso di un'espressione che non trova più ragione né appropriatezza nel linguaggio umano, di un'esistenza letteraria parallela spesa "a cercar d'imparare l'uso delle parole, e ogni tentativo/ è un rifar tutto da capo, e una specie diversa di fallimento/ perché si è imparato a servirsi bene delle parole/ soltanto per quello che non si ha più da dire, o nel modo in cui/ non si è più disposti a dirlo".

Su questa linea in tensione fra terreno e ultraterreno i "Quattro Quartetti" - e l'efficace recitazione di Clementi - rivendicano il potere misterioso di un Verbo che, nella sua manifesta imperfezione, si mantiene strenuamente rivolto all'inconoscibile, un "oltre" che si può soltanto inseguire senza alcuna certezza di raggiungerlo. "Non addio, ma avanti, viaggiatori".

(28/03/2017)

  • Tracklist
  1. Burnt Norton
  2. East Coker
  3. I Dry Salvages
  4. Little Gidding
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