Colapesce

Infedele

2017 (42 Records) | synth-pop, songwriter

"Arrivammo a Pantalica, l'antichissima Hybla, ci arrampicammo su per sentieri di capre, entrammo nelle tombe della necropoli, nelle grotte-abitazioni, nei santuari scavati nelle ripide pareti della roccia, a picco sulle acque dell'Anapo". Così scriveva in un suo racconto Vincenzo Cunsolo. Tra quelle rocce Colapesce ci è cresciuto, in mezzo a quella impressionante necropoli rupestre della Sicilia, che non avrebbe neanche bisogno di uno specifico riconoscimento per essere considerata patrimonio dell'umanità. Una Matera vuota, con rocce di un grigio luminoso, che formano un teschio inumidito, sfiorato dai due fiumi che scorrono sotto.
A immaginare Pantalica e ad ascoltare "Infedele", il pensiero corre anche verso le grotte di Ajanta, in India, ed è un volo legittimo. L'ultimo di Colapesce, in effetti, è un disco che si veste di ritmi tribali ed esotici, un lavoro che parla di navigazione e di scoperta, di crescita, di dubbi e soprattutto d'amore, tanto amore. La prima metà è una conchiglia. "Pantalica" e "Vasco da Gama" ne rappresentano gli strati rigidi, messi lì a proteggere i due brani più orecchiabili del disco: "Ti attraverso" e "Totale", così semplici, eppure figli di una gestazione travagliatissima. Il primo un assemblamento di due datatissimi frammenti; il secondo (in origine destinato alla voce di Luca Carboni, scritto insieme ad Antonio Di Martino e Luca Serpenti) il risultato di oltre 20 missaggi.

"Infedele" scivola veloce come acqua sulla roccia, due degli elementi principali del disco e solo chi non conosce bene Colapesce, nomen omen, può rimanerne sorpreso. L'album è quello più diretto e immediato della sua discografia e, insieme, il più ricco e multiforme, quasi sbalorditivo per la sua levigata, maniacale e accorta produzione. Anche questo aspetto, in realtà, non dovrebbe sorprendere. "Egomostro" (3 febbraio 2015; "42 Records") era già un disco sapientemente prodotto e scolpito e, seguendo questo solco (Mario Conte è ancora nella co-produzione), "Infedele" non fa altro che aggiungere, sostituendo le chitarre con una manciata di elettronica, per di più attraverso l'arguzia e la risolutezza di Jacopo Incani, meglio conosciuto come Iosonouncane.
Il già citato brano d'apertura, "Pantalica", grazie al free jazz di Gaetano Santoro, ancestrale come la necropoli siciliana, erutta sul finale, onorando magnificamente Ornette Coleman. "Vasco da Gama", un inno all'amore carnale tra il sacro e il profano, che di tutte otto, senza indugio, è certamente la canzone più bella, si dischiude come un animale degli abissi, con un arpeggio di arpa che rievoca le atmosfere di Joseph Conrad. Se ne "La linea d'ombra" il giovane capitano stenta a trovare la rotta e patisce la bonaccia, tra le vele di Colapesce soffia più di una bava di vento e almanaccando sulla destinazione, l'autore si muove sapendo bene dov'è che deve andare ("circumnavigo il tuo seno/ la lingua conosce le rotte/ per arrivare a Goa/ passando verso te"). "Reale" e "Sottocoperta" rivivono insieme, due anni dopo: c'è ancora un po' d'amore al microscopio ("nessuna aspettativa c'è il tuo corpo/ una terra emersa appena/ da un movimento antico/ piena di grazia ti avvicini a me/ efficace più di una preghiera/ come il sale su una carne magra").

Il minimalismo, in "Infedele", fa parte delle eccezioni e tra queste eccezioni c'è "Decadenza e panna", dove Colapesce gioca a fare il Father John Misty di "Bored In The USA", pur lasciando in un angolo satira e politica. "Decadenza e panna" è semplicemente un dialogo fra un uomo e una donna, cantato solo dal primo, ma scritto per essere eseguito dalla seconda. Una "For No One" dei Beatles che non è mai divenuta tale, un delicato e stilizzato pezzo folk, che fa da apripista alla più breve, lineare e ballabile traccia dell'album, "Maometto a Milano". Tra samba e dance, Colapesce abbassa le luci e appende la palla specchiata, anche se solo per un battito di ciglia. Si muovono i piedi e, paradossalmente, è l'episodio più politico di "Infedele".
La fanfara iniziale di "Compleanno" muta di nuovo la scenografia, per poi rifarlo ancora, pochi istanti dopo, quando le pulsazioni della cassa conducono in un ambiente più incline a quello di Incani che a quello dell'autore. Con l'eurodance di questo quasi-epilogo, tenere insieme tutto il disco sembra un'impresa salomonica e infatti non ci si riesce. Il limite di "Infedele" consiste proprio in un'eccessiva disomogeneità e in una mano esterna, quella di Iosonouncane (croce e delizia) che a tratti è troppo invadente e marcata, come quella di un disegnatore che ha premuto troppo sulla grafite, impiastricciando il foglio.

Il commiato, quello vero, si intitola "Sospesi" e, pescando dagli anni Sessanta e dalla canzone d'autore nostrana, lascia tre puntini su un disco pieno di buona musica, di collaborazioni (Verano, Christeaux, Any Other e Halfalib) e di riferimenti che attingono dal passato e dal presente. Con "Infedele" ti imbatti in un sentiero nuovo, ma è un cammino che ti costringe ad avanzare con la testa rivolta all'indietro e con l'immaginazione che si insinua in differenti angoli del mondo. "Infedele" è anche un disco fatto di estremi, l'immagine di un bambino che gioca a nascondino tra le rovine di Pantalica.

(27/10/2017)



  • Tracklist
  1. Pantalica
  2. Ti attraverso
  3. Totale
  4. Decadenza e panna
  5. Vasco da Gama
  6. Maometto a Milano
  7. Compleanno
  8. Sospeso
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