Cornelius

Mellow Waves

2017 (Warner / Rostrum) | art-pop, alt-tronica

Non ci provate, neanche per un attimo, a definire “Mellow Waves” il ritorno di Cornelius. Per quanti anni possano separare il sesto album solista del celebre musicista e produttore giapponese dal precedente “Sensuous”, Keigo Oyamada ha continuato a comporre, produrre e a mantenersi curioso nel corso di questo apparente iato discografico, lavorando a progetti diversi per ruolo assunto, natura e finalità. Se si è già parlato della collaborazione nei panni di strumentista e compositore nel supergruppo METAFIVE, in merito allo stellare “META” pubblicato lo scorso anno, le sue abilità si sono espresse al meglio in cabina di regia, come direttore e sperimentatore nell'eccellente “S(o)un(d)beams” di Salyu, teso a esaltare in chiave (art-)pop e svagate le potenzialità insite nella voce umana, le sue infinite possibilità di combinazione e approccio. Entrambe le menzioni non sono un semplice riassunto delle puntate precedenti: nelle pieghe di “Mellow Waves”, ulteriore capitolo di un universo sonoro in costante movimento e ridefinizione, si cela infatti molto di quanto ha impegnato il musicista nel corso dell'ultimo decennio, decisamente denso di attività e nuove esplorazioni. È proprio per questo motivo che l'impostazione dei brani appare sensibilmente diversa dal restante corpus di Cornelius, con tutte le differenze osservate di lavoro in lavoro. Mai così vicino alla realizzazione di un progetto tangibilmente pop, pieno di una rilassatezza nebulosa che nemmeno le derive sperimentali più nette riescono a cancellare, il fluire dell'album riflette con assoluta fedeltà l'atmosfera dipinta dal titolo, un avanzare di onde distese, placide, dal tocco dolce-amaro, che esalta i fantasiosi tratteggi di chitarra e i suadenti incastri sonori sviluppati dal musicista. La rilassatezza non poteva rivelarsi più seducente.

Per quanto possa sembrare bizzarro, seducente è un aggettivo che ben si presta a descrivere tanto di quel che si può ascoltare nel disco: responsabili principali di questo tocco ammaliante, al di là di una scrittura senz'altro suggestiva e ricolma di dolcezza (e che quindi si priva volontariamente del maggiore dinamismo di prove precedenti o anche del recente “META”), sono le splendide linee chitarristiche, l'autentico fiore all'occhiello dell'intero album. Fatta eccezione per quei rari momenti in cui Cornelius si lascia andare e ritorna ai momenti più rumoristi, orientati al math (come nelle sottolineature in conclusione alle aperture di “Itsuka / Dokoka”), le tracce ideate da Oyamada, in piacevole alternanza tra elettrico e acustico, recano con sé una lussureggiante carica “esotica”, dai profumi tropicali.
A tratti le soluzioni si fanno prossime a soavi perlustrazioni oceaniche (il pop-rock tinto di downtempo dell'iniziale “Anata Ga Iru Kara”, co-firmata dal re della sophisti-lounge Shintaro Sakamoto), altre volte invece lo stile confluisce nelle matrici brasiliane dello shibuya-kei, senza l'esuberanza multicolore propria della scena (lo splendido passo a due in chiave simil-samba di “The Spell Of A Vanishing Loneliness” interpretato assieme a Miki Berenyi dei Lush, con cui il musicista è legato da una lontana parentela), preservando però un'originalità nei timbri e negli arrangiamenti che sventa senza alcun problema ogni tipo di facile accostamento “etnico”.
Per quanta possa essere la linearità, la voglia di semplificazione melodica ricercata dal musicista, alla fine il discorso si fa sempre più intricato e complesso di come appare inizialmente, rivelando i propri segreti di ascolto in ascolto. Proprio il far apparire ancora una volta così disinvolto e privo di sforzo il grande lavoro in fase di composizione e di arrangiamento premia ulteriormente l'ennesima svolta attuata da Oyamada.

Con l'elettronica ad annidarsi essenzialmente nelle pieghe del discorso, infiltrandosi e interagendo con sottigliezza (ma impressionante prontezza) con i temi melodici e le linee strumentali principali, Cornelius concepisce un prodotto in cui sofisticazione e delicatezza procedono di pari passo, orchestrando brani dal forte potere suggestivo. “Surfing On Mind Wave Pt. II” punta sull'evocazione, su un bordone di archi in costante mutazione e il ricorso a piccole stille di elettronica (prossime al glitch del passato) e a field-recordings dal potente fascino naturalista, un fascino che “Rain Song” traduce in carezzevoli auto-armonizzazioni vocali (memori dell'eccellente lavoro effettuato sul disco di Salyu) e una melodia nostalgica dalle giocose evoluzioni folk, in cui riscoprire una vena autoriale spesso rimasta indietro nel grande parterre espressivo del musicista.
Se quindi l'energia electro prodotta assieme ai METAFIVE viene sminuzzata e rallentata nelle singhiozzanti robo-armonie di “Helix / Spiral” (a suo modo una sorta di rilettura à-la Cornelius delle più modaiole correnti pop degli ultimi anni giapponesi), la piena serenità del disco si riassume nella chiusura affidata a “Crépuscule”, in cui l'incanto della chitarra acustica si avvicina al minuzioso stupore dei Tenniscoats, lasciando serpeggiare piccoli rivoli sintetici/pianistici e dissolvendosi in uno speranzoso compendio d'archi.
All'ennesimo rinnovamento, Oyamada si presenta insomma più stimolante e appassionato che mai, stabile sui suoi piedi ed emozionale al punto giusto. Con “Mellow Waves” non poteva esserci conferma più gradita.

(15/12/2017)

  • Tracklist
  1. Anata Ga Iru Kara (If You're Here)
  2. Itsuka / Dokoka (Sometime / Someplace)
  3. Mirai No Hito E (Dear Future Person)
  4. Surfing On Mind Wave Pt. 2
  5. Yume No Naka De (In A Dream)
  6. Helix / Spiral
  7. Mellow Yellow Feel
  8. The Spell Of A Vanishing Loneliness
  9. The Rain Song
  10. Crépuscule




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