Dans Les Arbres

Phosphorescence

2017 (Hubro) | free impro/folk

In mancanza di termini di paragone più calzanti, viene facile accostare le curiose e variegate voci che animano la scena free-folk norvegese a un ecosistema, un habitat naturale popolato da creature a metà strada tra reale e fantastico. Porta a pensarlo, oltre alla qualità onomatopeica dei linguaggi strumentali adottati, l'assoluta spontaneità con la quale ogni nuovo elemento o gesto sonoro si creano senza vincoli di tempo, tonalità o, più in generale, "pertinenza" musicalmente intesa.

Scegliere "Dans Les Arbres" come titolo collettivo è ancor meno casuale, se è capitato di incrociare lo scarno ma significativo percorso discografico del quartetto franco-scandinavo di Xavier Charles con Christian Wallumrød, Ivar Grydeland e Ingar Zach (due terzi degli Huntsville) - entro l'ambito d'appartenenza, praticamente un supergruppo. La loro sinergia è stata intercettata dalla prestigiosa Ecm di Manfred Eicher, che ne ha pubblicato i primi due album in studio (s/t, 2008; "Canopée", 2012). Hubro è - non soltanto per loro - un vero ritorno a casa, l'impronta lasciata su un catalogo divenuto di riferimento tanto per i nomi più affermati quanto per i talenti nascosti della nuova generazione norvegese.

Poco più di mezz'ora per quattro brani che invece di immaginare, per esempio, l'ascolto degli elementi e delle creature che si presentino nel corso di una passeggiata tra i boschi, punta a un livello d'astrazione superiore tratteggiando un'ipotetica "endofonia" del vivente d'origine silvestre.
I due brani successivi all'intro ambientale "Sciure" sono dunque indagini pazienti e dai movimenti precisi che guardano alle Constructions e agli Imaginary Landscapes di Cage; ulteriore richiamo alla New York School il pianoforte preparato di Wallumrød che, facendo vibrare le corde smorzate all'origine, duplica e dialoga con le percussioni bronzee di Zach, morbide risonanze attinte alla stessa tavolozza de "Le stanze" (Sofa, 2016).
Come sempre il clarinetto di Charles fornisce un contributo dinamico essenziale, tra afonie e trilli pseudo-ornitologici, completando una sinergia acustica fuori dal tempo e dalla storia musicale, che l'etichetta descrive in modo calzante come "l'arpa eolia della natura stessa", laddove la chitarra e il sampler di Grydeland sono l'unico, sottilissimo legame con tendenze più cronologicamente situate - su tutte, forse, le sperimentazioni electro-acustiche del primo Fennesz.

Con i suoi quindici minuti di durata, la traccia conclusiva ricolloca il quartetto in una definitiva sospensione metafisica: un equilibrio di toni, durate e scansioni temporali che immancabilmente torna sui passi di Morton Feldman con un incedere placido e all'unisono, proprio come un barlume diafano che si allarga e richiude secondo un'intuizione comune a ciascun elemento.
Prevedibilmente, insomma, l'uscita di scena è in punta di piedi come l'ingresso, a conferma del carattere impermanente che accomuna la frangia impro scandinava: una subitanea manifestazione di pura bellezza entro la quale, sempre più chiaramente, si riconosce una vera e propria identità musicale, inconfondibile anche nel suo perpetuo mutare.

(07/03/2017)

  • Tracklist
  1. Sciure
  2. Fluorescent
  3. Luminescent
  4. Phosphorescent
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