Dead Rider

Crew Licks

2017 (Dead Rider) | art-rock, alt-black

Nella seconda metà degli anni 90 una band di Chicago cercava, riuscendoci con successo, a destrutturare rock e blues, dando vita a un suono tanto oscuro quanto appassionante. La band in questione si chiamava U.S. Maple, autori di cinque pregevoli album dal 1995 al 2003 e perfetta incarnazione di quel fenomeno che andava sotto il nome di "now wave". Uno dei due chitarristi del gruppo, Todd Rittmann, nel 2009 ha creato i Dead Rider, un nuovo progetto con cui portare a compimento la sua missione di scomporre e ricomporre vari generi musicali. Rittmann, con i suoi nuovi compagni di avventura, Matthew Espy (batteria), Andrea Faugh (tromba e tastiere) e Thymme Jones (elettronica, tastiere, fiati e batteria) - questi ultimi due anche nei Cheer-Accident - aveva già convinto tre anni fa con un album intitolato "Chills On Glass"; un disco che aveva incantato per il gioco degli incastri e per l'abilità di Rittmann e compagni di creare un'equilibrata alchimia tra ingredienti apparentemente molto diversi.

A tre anni di distanza, la band dunque ci riprova, cambiando riferimenti stilistici ma facendo di nuovo centro. Con "Crew Licks", l'obiettivo del restauro diventa la black music, e il dipanarsi delle nove tracce diventa presto come il "gioco della pentolaccia", con i quattro che mettono nella famosa pentola di terracotta: soul, funk, psichedelia anni 70, e poi a turno la colpiscono con violente mazzate.
Prendiamo ad esempio "The Floating Dagger" che chiude la prima facciata. In essa spunta un trascinante ritmo alt-funk che i Red Hot Chili Peppers attuali possono solo sognarsi, con il sassofono di Noah Tabakin (ospite ricorrente di Rittmann e soci) che si muove suadente come un serpente a sonagli pronto ad attaccare ad ogni stacco di batteria, prima che un finale rumorista spappoli il tutto in una coltre sintetica; oppure l'incredibile apertura di "Grand Mal Blues", dove la chitarra si prende il suo spazio in un groove psichedelico di altri tempi che viene sapientemente rivoltato e declinato ai giorni nostri.

Il coraggio di mutare pelle non manca certo, anzi, Rittmann si ricorda del suo passato e con il gran finale di "When I Was Frankenstein's" rapisce e ci riconsegna un blues mutante e mutato, che muove i suoi tentacoli in maniera convulsa mediante un assolo di chitarra sporchissimo, prima di sparire in un gorgo di cui rimane alla fine solo il rumore delle gocce che vengono inghiottite dallo scarico.
Pensate che il menu sia completo? Assolutamente no. C'è il soul semi-classico di "Bad Humours" con tanto di coretti maliardi sullo sfondo, e "Ramble On Rose", una ballata che parte come fosse un brano dei Tortoise di "Standards" per poi colpirci al cuore con i suoi afflati soul-jazz naturalmente riveduti e corretti. E che dire degli ZZ Top sotto acido di "The Listing", della follia rumorista di "(Title Redacted)" e del depistaggio per chitarra acustica di "The Ideal" che presto si trasforma in un incubo dove le voci fanno capolino tra tamburi metallici? La scura "The Cruise" è quella che ci ricorda più da vicino il disco precedente, con i ritmi black che sanno flirtare senza pudore con la darkwave.

Una visione che ci fa divertire una volta di più, un album che incanta di nuovo per il gioco degli incastri, per l'abilità di Rittmann e compagni di creare un'equilibrata mescolanza tra ingredienti apparentemente molto diversi. Il suono è spesso inafferrabile, spiazzante, eccitante. Uno di quei dischi che per qualità e varietà stilistica (merce rara al giorno d'oggi) non smette mai di sorprendere.

(21/10/2017)



  • Tracklist
  1. Grand Mal Blues
  2. Ramble On Rose
  3. The Listing
  4. The Ideal
  5. The Floating Dagger
  6. Too Cruise
  7. (Title Redacted)
  8. Bad Humours
  9. When I Was Frankenstein's
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