Dirty Projectors

Dirty Projectors

2017 (Domino Records) | art-soul

Nel percorso poco ortodosso di David Longstreth c’erano già le avvisaglie dell’ennesimo capovolgimento artistico dei Dirty Projectors, e le sempre più raffinate architetture di “Bitte Orca” e “Swing Lo Magellan” già evocavano tutta la potenza e l’energia dell’r&b. Scardinate le tecniche e le regole della perfezione estetica, il passo successivo per il musicista americano è stato quello di raffinare la scrittura delle canzoni, entrando di forza nel moderno mainstream.

La collaborazione con Kanye West, Rihanna e l’ancor più stretta partecipazione all’album di Solange “A Seat To The Table” hanno di fatto anticipato le intenzioni di Longstreth di dire la sua sull’evoluzione dell’art-soul contemporaneo.
Il settimo capitolo dei Dirty Projectors è in verità il primo album solo dell’irrefrenabile leader, e la scelta di intitolarlo semplicemente con il nome dell’ormai estinta band sottolinea la volontà del musicista di considerare quest’ultimo capitolo come il principio di un nuovo percorso. La separazione dall’ex-compagna e collega d’avventura Amber Coffman marchia prepotentemente la narrazione lirica e musicale dell’album: il suono non è mai stato così denso e vertiginoso, le nove canzoni sono altrettanti tasselli di una rinascita emotiva e creativa che stritola l’anima.

“Dirty Projectors” è un album che farà arrabbiare molti puristi, la dose di saccarina e soul rischia di risultare indigesta per tutti coloro che fino ad ora avevano perdonato a Longstreth il suo perfezionismo anti-pop, anche se dietro il tono melodrammaticamente r&b di brani come “Death Spiral” ci sono le stesse istanze di “Swing Lo Magellan”, progetto dal quale l’autore estrapola un sample per l’introduttivo spiazzante slow-soul di "Keep Your Name".
Non è un voler cavalcare l’onda quello che sposta l’asse creativo dei Dirty Projectors: la catarsi soul è pura ed autentica, una sinergia white&black che rimanda a uno dei pochi nobili precedenti, ovvero gli Scritti Politti di Green Gartside, qui evocati nell’eccellente “Up In Hudson”: sette minuti di calma e caos che nella sua dicotomia tra doo-woop/soul e guitar-drone/indian-rhythm centra la perfezione pop.

David Longstreth ha trovato il coraggio di esternare sentimenti universali e semplici come l’amore, e nel farlo non usa metafore o finzioni intellettuali. Attraverso il soul e l’r&b l’autore mette a nudo un labirinto emotivo nel quale è facile perdersi.
Alla maniera di Marvin Gaye in “Here My Dear” organo e orchestra imprigionano il romanticismo di "Little Bubble", accettando l’amaro sapore della sconfitta in "I See You": un ulteriore atto di debolezza dal quale Longstreth ricava la forza per una rinascita spirituale, dove “dimenticare e riconciliarsi” appaiono come le uniche vie d’uscita possibili.

Dissonanze etno-soul (“Work Together”), ballate menzognere (“Ascent Through Clouds”), incerte divagazioni elettro-soul (“Cool Your Heart”) e ingegnose sinfonie funk (“Winner Take Nothing”) sottolineano infine l’abilità di Longstreth di entrare in punta di piedi nel mondo di How To Dress Well, Blood Orange e Kanye West, preservando l’unicità della sua musica. “Dirty Projectors” è forse l’album più arrendevole della sua carriera ma, proprio per questo, il più sincero e autentico.

(03/03/2017)



  • Tracklist
  1. Keep Your Name
  2. Death Spiral
  3. Up in Hudson
  4. Work Together
  5. Little Bubble
  6. Winner Take Nothing
  7. Ascent Through Clouds
  8. Cool Your Heart
  9. I See You






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