Dutch Uncles

Big Balloon

2017 (Memphis Industries) | alt-prog-pop

Jigsaw-pop. Non state a cercare l'espressione su internet: stava (mi pare) in un'intervista di qualche anno fa ai Tomahawks for Targets, ormai scomparsa dalla circolazione. Ma c'è davvero bisogno di spiegarla? In fondo, la somma dei termini dice tutto: pop come un puzzle. Intricato, enigmatico, astratto, spigoloso; senz'altro un po' artificioso e formale, eppure giocoso, stimolante, ipnotico.
L'etichetta si attaglia comodamente a parecchie band, generalmente britanniche, del panorama attuale. Facilissimo accostarla agli Everything Everything, ai Field Music, ai Mew. Forzando un po' la mano, la si potrebbe appioppare anche a gente come Alt-J o Foals, sebbene la propensione per guizzi matematici, funambolismi art-pop e progressivissimi castelli di carte sia in loro meno spiccata.
Piaccia o meno la locuzione, oggi non ci sono più scuse: va ripescata dal dimenticatoio. Perché è la migliore possibile per descrivere ciò che stanno combinando i britannici Dutch Uncles, britannici nonostante il nome e giunti ormai al quinto pressoché impeccabile album.

Poiché gli zii non fanno alcun mistero delle proprie influenze, e il loro puzzle musicale è prima di tutto un incastro encomiabilmente frullato, ricombinato e ricontestualizzato di già sentito, cominciamo pure da qui: da dove viene il loro suono? Da King Crimson, Japan, Talking Heads, Xtc, Kate Bush. Potremmo dire che ne è un plagio spudorato, non fosse che... Come diavolo dovrebbe suonare un plagio di Xtc e King Crimson al tempo stesso? E di Kate Bush e Japan?
Se discernere le singole fonti del Dutch Uncles sound è un gioco da ragazzi, molto meno agevole è mettere a fuoco il segreto del loro estro ricombinatorio. Ben lungi dal valere quanto una semplice somma di parti, il loro stile lambiccato e incorporeo - eppure effervescente, quando non ipercinetico - è frutto di una costruzione tanto precisa quanto sfuggente.
Proviamo a scorgerla nella title track: alla partenza, e per tutto il primo minuto, il pezzo è una stratificazione di unità semplici - batteria tum-pa in 4/4, basso estroso e angoloso, accordi di tastiera atipici ma ripetitivi, voce. Siamo in pieno territorio wave, con un suono scheletrico e immateriale che fa molto Polyrock; finito il ritornello, però, le carte si scompigliano. Entra un riffone di chitarra, frippiano nel colore e soprattutto negli schemi ritmici (20/4? Ammesso che abbia contato giusto!) e lo statico gioco di incastri muta in una ridda di sfasamenti e deragliamenti tra livelli sovrapposti. Fa la sua comparsa qui per la prima volta la sensazione che caratterizzerà pressoché ogni brano del disco: l'epifanico effetto "what the fuck?!" che si materializza al passare da prevedibilità a completa imprendibilità della costruzione ritmico-melodica.

Inutile sforzarsi per ritracciarne tutte le ulteriori istanze: il disco ne è costellato, basta un brano a caso per trovarne dal paio in su. Andiamo - per dire - a "Baskin'", la traccia dopo: se non basta a spaesare il segmentatissimo fraseggio di chitarra che apre il pezzo (siamo dalle parti delle cose a cui ci ha abituato Bo Madsen coi Mew), i saliscendi di archi che spezzano la sezione Crimson-ottantiana di metà brano provvedono senz'altro a far perdere la bussola in modo definitivo. E "Same Plane Dream"? Attacco alla Gentle Giant in 7/4 (peraltro instabili), e-piano, bordate di basso con qualche deriva karniana, continui stop'n'go che - non so a voi - ma a me rimandano dritti alle pazzie ritmiche dei Django Django (anche loro discreti trituratori di influenze). Più che lo shock per l'essersi persi, dunque, a rendere accattivante il tutto è la rapida successione di fulminei nonché del tutto passeggeri attimi in cui si ha sensazione di essersi ritrovati: di esser riusciti a individuare un appiglio, sia esso un richiamo stilistico più esplicito, uno schema ritmico più dritto o un semplice elemento melodico che riesce a far presa sulla memoria a breve termine.

Non si può dire, in effetti, che le canzoni dei Dutch Uncles siano in senso stretto "orecchiabili". Sono ingarbugliate, ed estetizzanti, e oblique: l'immediatezza di strofe e ritornelli non pare tra le loro priorità. Eppure, proprio in quest'ultimo "Big Balloon" - album che per certi versi porta all'estremo la cervellotica leziosità che da sempre contraddistingue lo stile degli zii - sembra scorgersi una deliberata attenzione all'efficacia pop delle costruzioni ritmico-melodiche. In nessun mondo possibile "Hiccup" sarà la nuova hit dell'estate, ma tra astrusaggini ritmiche degne di "Discipline" e ghirigori vocali presi di peso dal Sylvian di "Tin Drum", il brano riesce a risultare più diretto e "canzonettaro" di qualunque cosa presente sui due dischi in questione. "Streetlight" prova più esplicitamente ancora a giocare alla pop-song: la si potrebbe quasi chiamare un lento, un pezzo se non sentimentale almeno atmosferico in un modo piuttosto coraggioso e atipico per i canoni della band.

Nonostante la discreta fortuna critica di cui la formazione gode, il successo di pubblico pare lontano: il tour dell'album copre poche date, tutte in madrepatria. Peccato, perché chi ha avuto occasione di vederli parla di un'ottima riuscita live e, considerata la combo di vitalità e perizia tecnica che anima la loro musica, non paiono davvero esserci ragioni per credere il contrario.

(18/03/2017)

  • Tracklist
  1. Big Balloon
  2. Baskin'
  3. Combo Box
  4. Same Plane Dream
  5. Achameleon
  6. Hiccup
  7. Streetlight
  8. Oh Yeah
  9. Sink
  10. Overton
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