Eric & Magill

Peach Coloured Oranges

2017 (Self-released) | west coast folk-pop, chamber-pop

Eric & Magill. Quello che potrebbe essere il nome di un nuovo duo cartoonesco di Hannah & Barbera nasconde in realtà il connubio artistico di Ryan Weber ed Eric Osterman, amici e collaboratori di Milwaukee, WI, e non già di San Diego o Sacramento, per dire. In effetti “Peach Coloured Oranges” suona come mai i due avevano fatto, e i riferimenti alla tradizione pop West Coast (il surf-pop, il Laurel Canyon) sono più pensati e rielaborati che istintivi.
La musica dei due è da sempre con evidenza frutto di studio e ricerca, ma paradossalmente questo li aveva finora allontanati non solo da un’identità, ma anche dal trovare una proposta musicale coerente. Nonostante l’apparenza di “duo”, il progetto Eric & Magill aveva sempre avuto un carattere ben più corale ed espansivo di quello che si possa immaginare. Eppure, nello scartabellare nella carriera e tra le varie pubblicazioni della coppia, tra le collaborazioni con Dirty Projectors, Volcano Choir, insomma i nomi di punta del pop “sperimentale” indipendente, la sensazione era sempre stata quella di qualcosa un passo indietro rispetto agli altri.

“Peach Coloured Oranges” deriva dalla traiettoria musicale intrapresa da Eric e Ryan: non solo un graduale abbandono di arrangiamenti sintetici, ma anche di uno stile che faceva ricorso con un pelo di giovanilismo a saturazione sonore che potremmo chiamare “post”, ma solo per dar loro una giustificazione intellettuale. Un certo tormento espressivo, un’indecisione “esistenziale” accompagnava il progetto, fino a quando la limpidezza di questo “Peach Coloured Oranges” ha schiarito - e di molto – i dubbi intorno al talento dei due.
“Intenzione” e sicurezza trasudano infatti dal disco con arrangiamenti sì audaci ma anche essenziali, che seguono un po’ la lezione di Sufjan Stevens, con i riferimenti r’n’b (il beatbox folktronico di “Making A Map”) e le grandi aperture bandistiche (esemplare il singolo di lancio “Tightrope”, che ricorda altri figli di Sufjan come i San Fermin, come anche il groove) a farla da padrone. Ma il paragone risulta in questo caso assai riduttivo, perché la scrittura del disco dimostra capacità a spettro ben più ampio, ad esempio con brani psych-folk come “Flowers In Our Hair” e specchietti per le allodole come l’iniziale title track, che sembra presentarli come novelli Simon & Garfunkel (rivelatore è però il bel riff d’acustica che sboccia periodicamente).

Da una parte, si tratta di una cosa naturale, essendo questo l’album della “maturità” per i due, epiteto da virgolettare dato che è il disco di gran lunga più orecchiabile e con meno velleità freak del progetto (stiamo parlando di un disco in cui una sola traccia supera i tre minuti, e di poco). È una maturità che permette di mantenere un’estetica di fondo (riconducibile per esempio a quella degli Whitney) anche nell’abbondanza di riferimenti (“I Could’ve Been A Painter” deve più ai songwriter post-emo che al Laurel Canyon, per dire), e che trapela anche nella sensazione, finalmente, di un vero controllo sulla propria arte. Senza disdegnare in questo arrangiamenti più classici (ma vibranti) come quelli di “In Our Bubbles” e “A Softer Sound”, tracce che potrebbe venire da un gruppo rodato e non certo avanguardista come i Clientele, per dire.
Insomma ci sono grandi premesse per un progetto che ha trovato finalmente una quadra, e anche una certa ambizione, purtroppo per ora incomprensibilmente (o forse colpevolmente) disdegnata dal giro che conta. Ma sarebbe un peccato lasciar passare l’anno senza aver dato loro una chance: potrete dire di averne saputo prima di tutti.

(03/12/2017)



  • Tracklist
  1. Peach Coloured Oranges
  2. In Our Bubbles
  3. A Softer Sound
  4. I Could've Been A Painter
  5. Tightrope
  6. Flowers In Our Hair
  7. Esteban
  8. Making A Map
  9. I Can Dig It
  10. Grey House, Yellow Sun
Eric & Magill on web


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