Escape-ism

Introduction To Escape-ism

2017 (Merge) | electro-pop

Ed eccolo, dunque, lo sbandierato debutto di Ian Svenonius, un piccolo album a lungo annunciato che, a guardar bene, non rappresenta affatto un esordio solista. C’era quella sbertucciata ante litteram alla fenomenologia hipster intestata all’alias David Candy, un concept assai godibile uscito ormai sedici anni fa, ma nella nota stampa quelli della Merge si sono ben guardati dal farne menzione. Come ben sa chi è solito pedinare il rocker ormai prossimo al traguardo dei cinquanta, anche l’intestazione Escape-ism, rubata all’amato James Brown, non costituisce di per sé una primizia, avendo etichettato un one-man show già proposto live da qualche anno a questa parte. Il sempre elegantissimo artista statunitense lo vara oggi su disco all’insegna del minimalismo wave e di un primitivismo elettronico memore dei Suicide.

Stilisticamente siamo forse più prossimi ai cameo vocali in casa Publicist (dell’amico Sebastian Thomson) o all’estemporaneo progetto electro imbastito nel 2014 assieme al francese Didier Balducci, XYZ, al netto però della sbornia pop e con indosso un vestitino lo-fi che non offre spazio ai voli pindarici. Ian fa in effetti tutto da sé con il solo contributo percussivo e produttivo di Facundo Bermudez (uomo di fiducia dei No Age), ospiti il sassofono e la chitarra dei Black Lips Cole Alexander e Zumi.
La chitarra stile Stabilo Boss su un fondale di parche perturbazioni sintetiche firma una stilizzazione esasperata, che fa da contraltare allo Svenonius particolarmente abulico e svogliato di questa occasione. La sua scrittura, al solito essenziale, riesce a fare centro anche così, per quanto i momenti di fiacca prevalgano su quelli realmente interessanti. I refrain funzionano ma non entusiasmano perché il piglio incendiario del Nostro resta puntualmente smorzato (“Rome Wasn’t Burnt In A Day”, clone svigorito da uno dei titoli del più recente Chain & The Gang).

Senza l’alibi del diletto collaterale (e un tantino onanistico), si faticherebbe a considerare questa “Introduzione” nulla più che un’operina noiosa e autoreferenziale, che svuota il canagliesco espressionismo dell’autore di Washinton D.C. riducendolo a uno spento (e assai poco appassionato) calco di un’estetica a marchio registrato, per il quale può valere da paradigma il revivalino eighties sotto narcotici e luci stroboscopiche della conclusiva “Crime Wave Rock”. Un giochino in cui anche la proverbiale ironia di Ian si trova a languire malinconica, sepolta da qualche sbadiglio di troppo, e un lavoro piuttosto ripetitivo e monocorde, anche, che tra bagliori elettrici mai davvero trascinanti, falsetti e mugugni recitati (cui manca sempre lo strappo liberatorio), stenta effettivamente a ingranare.

Svenonius sciorina con ostinazione la sua poetica naif fatta di intellettualismi a levigato polemismo (“Almost No One Can Have My Love”), sebbene senza il sostegno della parte musicale – ora pepato, ora aperto alla sofisticazione passatista – l’esercizio si riveli quanto mai sterile, fine a se stesso, sbiadito. Fa eccezione il bozzetto sovraesposto, decadente e trasandato di “I Don’t Remember You”, ma è davvero troppo poco. La retorica svenoniusiana spinta alle sue estreme conseguenze in quanto a cliché, e privata nel contempo di vampe e veleno, lascia perplessi (“The Stars Get In The Way”).

L’impressione, con queste canzoni fosche e scheletrite, è di trovarsi al cospetto di certe creature delle profondità oceaniche, quelle che si muovono nell’oscurità totale e la rischiarano solo a intermittenza con tanto di esche-lampara, in cerca di potenziali prede. In questo caso, tuttavia, anche i più accesi simpatizzanti dell’ex frontman di Nation Of Ulysses e Make-Up difficilmente potranno abboccare a cuor leggero.

(27/11/2017)

  • Tracklist
  1. Walking In The Dark
  2. Lonely At The Top
  3. Rome Wasn’t Burnt In A Day
  4. Iron Curtain
  5. Almost No One (Can Have My Love)
  6. They Took The Waves
  7. The Stars Get In The Way
  8. I Don’t Remember You
  9. Crime Wave Rock
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