Eugenio In Via Di Gioia

Tutti Su Per Terra

2017 (Libellula) | folk-pop

Ci sono molti modi per pensare una distopia. C’è la visione sociologica di Ray Bradbury, quella decadente e talvolta lisergica di Philip K. Dick, quella politica di Orwell, ma a dirla tutta vi sarebbe anche una maniera più sottile di lanciare un’invettiva critico-satirica alla società odierna, senza necessariamente scomodare regimi totalitari, replicanti e psico-polizia: la distopia geometrica di Edwin Abbott Abbott. Spiegato brevemente, il suo capolavoro intitolato “Flatlandia” (e datato 1884) immaginava un mondo ipotetico in cui tutto era bidimensionale e la civiltà era popolata da figure geometriche piatte, dove quelle con più lati erano in cima alla gerarchia sociale. A rompere la “piatta” visione di un quadrato, protagonista disilluso dell’opera, interviene una sfera tridimensionale proveniente da un mondo parallelo, la quale svelerà le ingiustizie sociali e la chiusura mentale dell’universo bidimensionale. Nel complesso, una satira matematica divenne l’eccellente pretesto per una delle più argute (e divertenti) critiche alla mentalità vittoriana e alle cieche convinzioni positiviste di metà Ottocento.

La satira degli Eugenio In Via Di Gioia ha definitivamente preso questa direzione. Guai a dire che si tratta di uno scanzonato folk-pop con testi ironici e nonsense; il quartetto torinese, che somiglia – per nome e per musica – a un unico cantautore immaginario, fa della distopia sottile, quella razionale e ragionata fatta di rimandi e simboli alla Abbott Abbott, il tono principale dei suoi testi. Se il precedente disco “Lorenzo Federici” era un minestrone di satira, frivolezze e battute finanziato dal crowdfunding, gli Eugenio In Via Di Gioia dimostrano di saper maturare in fretta e ripagano chi ha creduto in loro con un “Tutti Su Per Terra” capace di aprire finalmente il sipario sulla loro personalità unica come artisti.
Un coro a cappella che canta: “La realtà è aumentata a tal punto da rendere esigua la fantasia/ Ed ora che non ho più niente da inventare/ Divento uno spettatore/ Lontano dal gusto/ Lontano dal tatto/ Lontano da tutto” apre il disco, gettando immediatamente un ponte con l’atteggiamento di “Largo All’Avanguardia” degli Skiantos, ma recuperandolo in toni decisamente più smussati e riflessivi. Il primo brano, “Giovani Illuminati”, è l’inno sarcastico in salsa folk dei millenials, cosmopoliti digitali a tal punto da restare immobili. Le possibilità sprecate della tecnologia sono uno dei temi principali del disco, che ricalca in questo contesto il tono “apocalittico” dell’ultimo Nicolò Carnesi, spostando sulla comunicazione la lente argomentativa del loro cantautorato. “La Punta dell’Iceberg” è l’emblema del songwriting della formazione: sullo sfondo chitarre acustiche, pianoforte e percussioni essenziali, sulla carta del testo, invece, la descrizione della vita in un distopico 2050 popolato da estremizzazioni delle piccole follie della società contemporanea.
Ma è “Chiodo Fisso” ad aver sfondato il muro del quasi-anonimato della band finendo persino nelle radio nazionali: letteralmente l’anti-Cura di Battiato, in cui un pop acustico orecchiabilissimo fa da scenografia al ritornello cinico che intona “Io non mi prenderò mai cura di te”. L’ultima strofa svela i protagonisti del pezzo, ovvero l’uomo e la natura, con quest’ultima nell’atto di decantare la propria indifferenza verso la sua creatura più evoluta, in ottica specificamente leopardiana. Proseguendo, “Sette Camice” svela con un pop jazzato che gli Eugenio In Via Di Gioia potrebbero dar filo da torcere agli Elio e le Storie Tese in termini di qualità compositiva.

Malgrado tante ottime premesse, la formazione torinese dimostra una certa ripetitività nei temi affrontati, sottolineando quanto detto nel brano di apertura nella comunque gradevolissima “Silenzio”, mentre la critica all’idiozia e all’opportunismo moderno viene ribadita in salse diverse in “Obiezione” (che riscrive la favola di Pinocchio e “La Coscienza Di Zeno” ai giorni nostri) e “Scivola”. Stesso discorso per quanto riguarda le musiche, le quali, malgrado la qualità di gran lunga superiore alla media, sembrano impantanate in soluzioni sonore che da diversi anni sono viste e riviste nel cantautorato italiano, tra De André e Giorgio Gaber, e i relativamente recenti Elio e le Storie Tese e persino Caparezza. Mentre il loro folk appare ricavato da una semplificazione di Lucio Corsi e degli ultimi Zen Circus, dove i momenti più scarni vengono spesso riempiti da passaggi melodici (sulla falsa di riga dei Pinguini Tattici Nucleari). Anche la darwiniana collaborazione con Willie Peyote dal nome “Selezione Naturale”, che pure potrebbe rappresentare un profondo e tagliente messaggio sulla legge del più forte, resta uno schiaffetto educato, non sfruttando pienamente il flow del rapper, che resta confinato a un breve intervento.

L’incostanza è certamente uno dei punti su cui Eugenio e compagni dovranno lavorare in futuro, ma l'identità pare essersi definita. “Tutti Su Per Terra” rappresenta un'interessante maturazione della band torinese, capace di portare avanti un discorso satirico sensato e coerente. Il versante musicale rimane un tallone di Achille, avvilendo con un'eccessiva leggerezza una scrittura intelligente.
In definitiva, un disco che probabilmente non vuole pungere, ma di certo riesce a far pensare (e divertire).

(08/08/2017)



  • Tracklist
  1. Giovani illuminati
  2. La punta dell'iceberg
  3. Chiodo fisso
  4. Sette camicie
  5. Silenzio
  6. Obiezione
  7. Scivola
  8. Selezione naturale
  9. La prima pace mondiale



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