Filthy Friends

Invitation

2017 (Kill Rock Stars) | alt-rock, power-pop

L’intesa, a quanto raccontano, deve essere stata questione di attimi. Là, nel giorno del primo incontro a Seattle, sul finire degli anni Novanta. L’idea di una band condivisa – la chitarra dei Rem e la voce delle Sleater-Kinney – è riaffiorata a ondate puntuali sulla rete, ma per vedere finalmente mantenuta quella promessa che ormai iniziava a tanfare di fola ci sono voluti addirittura venti anni, se non si considerano le sporadiche apparizioni live a base di cover dal repertorio del Duca Bianco. Oggi che la Kill Rock Stars pubblica il loro disco di debutto, registrato assieme ad Adam Selzer dei Norfolk & Western, ha ancora più senso parlare di questi Filthy Friends come di un supergruppo, almeno stando al cast dei comprimari: Bill Rieflin (King Crimson, Ministry, Angels Of Light) oltre agli Young Fresh Fellows Scott McCaughey (il genio dietro i Minus 5) e Kurt Bloch (più noto per la militanza nei Fastbacks), a grandi linee la medesima compagnia di giro che ha spalleggiato Buck nei tre album solisti pubblicati tra il 2012 e il 2015, e ancor prima nei già citati Minus 5 o in altri progetti come The Venus 3 (al servizio di Robyn Hitchcock) e The Baseball Project.

In linea di principio, gli “amici sudicioni” promettevano di fondere l’alternative a carburazione punk della Tucker con i sussulti byrdsiani del Buck scapigliato e l’enciclopedismo power-pop di McCaughey. Un programma poi attuato, e con evidente profitto, sin dall’inaugurale chiamata alle armi di “Despierta”, che sposa i Rem più muscolari e un fervore indiavolato memore della Patti Smith degli anni d’oro, in un’obliqua invettiva (già prestata all’iniziativa anti-Trump “30 Days, 30 Songs” in tempi non sospetti) contro l’autoritarismo dell’attuale amministrazione yankee.
L’inconfondibile jingle-jangle del vecchio Peter è a sorpresa la spalla ideale per una Corin che a tratti si dimostra bendisposta a smorzare la propria irruenza in ballate più rotonde, ma comunque robuste e arrembanti, come “Faded Afternoon” e “You And Your King”. Il singolo “Any Kind Of Crowd” spinge ancor più nella direzione di questa bohème college-rock anni Ottanta che fa tanto 10,000 Maniacs, e se la frontwoman si profonde in una prova intensamente improntata al lirismo, il vero motore restano le chitarre tutte ciccia dei tanti mattatori coinvolti, tenaci nella loro prospettiva di auto-revival quasi si trattasse di una rincorsa – impossibile, va da sé – alla giovinezza. Ma nel quadro rientrano a maggior ragione le oscure evocazioni disegnate dalla Rickenbacker in “Second Life” (titolo che non potrebbe essere più emblematico), dove la cantante si adegua a quell’atmosfera arcana, degna di un “Fables Of The Reconstruction”, senza snaturarsi in blande imitazioni del Michael Stipe dei tempi.

L’altro singolo “The Arrival” e soprattutto “No Forgotten Son” riportano con prepotenza all’inclinazione più propriamente politica di questo collettivo, battendo ancora sul tema della giustizia sociale con la stessa rude franchezza e il medesimo piglio sleaterkinneyano dell’opener. In un lavoro roccioso, incalzante e serratissimo come “Invitation”, che non lesina con i watt e il sudore specie quando sceglie di indossare un elmetto quasi garage-punk, non si registrano i temuti cedimenti senili, anzi. La stilizzazione rock-blues di “Come Back Shelley” intende attuare una sorta di sconfinamento nel terreno d’elezione di qualche più giovane amazzone alt-rock, da Allison Mosshart a Karen O, e lo fa con tutta l’autorevolezza e l’appetito del caso.
Con “Windmill” si guarda alla lezione dei Wire puntando su registri chitarristici più scarni e abrasivi, mentre Corin porta in dote le linee spezzate e gli spigoli della sua più celebre incarnazione. A completamento, tra gigionismi elettrici offerti senza l’ombra di uno sfoggio professorale, una bella propensione al singalong provvede a disimpegnare la raccolta da più seriose implicazioni, per renderla semplicemente quel che si immaginava sarebbe stata, una festa tra spiriti affini. La Tucker si supera quindi con il romanticismo escoriato della rumorosissima “Brother”, ideale omaggio ai Pixies che offre asilo al basso di un certo Krist Novoselic, mentre nella chiusa si concede una deliziosa immersione in un modernariato della canzone americana che non tramonterà mai davvero.

E’ questo l’unico strappo alla regola di un album onesto e appassionato che, anche senza sfoderare la bava alla bocca d’ordinanza, pesta dall’inizio alla fine con classe e ironia, tradendo un entusiasmo da esordienti francamente insospettato in musicisti con curricula simili. E se per Scott e Corin è lecito parlare di una piacevole conferma, non ci si può esimere dal raccontare “Invitation” come il miglior disco per Peter – in tempi recenti troppo involuto per essere vero – da almeno dieci anni a questa parte.

(01/09/2017)

  • Tracklist
  1. Despierta       
  2. Windmill        
  3. Faded Afternoon      
  4. Any Kind Of Crowd
  5. Second Life   
  6. The Arrival    
  7. Come Back Shelley   
  8. No Forgotten Son     
  9. Brother          
  10. You And Your King 
  11. Makers           
  12. Invitation
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