Fine Before You Came

Il numero sette

2017 (La Tempesta) | post-hardcore, post-rock

Ero fuori casa da un po' di giorni per impegni. Alloggiavo da solo in una sorta di baita ai piedi delle Alpi. Era un appartamento di una ventina di metri quadri tutto in legno, agghindato da statuine induiste e vecchie foto del proprietario di casa in vacanza al mare. C'era qualcosa, in quel posto, che c'era anche nella copertina de "Il numero sette". Il legno rovinato, immagini consunte di un azzurro disarmante che fanno a pugni con lo sfondo. Ero lì ad ascoltare il disco, i suoi toni sommessi, i suoi ritmi possenti, ma anche lenti e inesorabili, le sue sensazioni sbiadite e mai così gelide come adesso, quando ho capito di cosa si trattava: della solitudine. Nessuna depressione, isolamento, alienazione, solo un'essenziale solitudine. Non il dramma dell'esilio, ma il grigiore della quotidianità vissuta in porzioni singole. Quella che ti fa riemergere ricordi, che ti fa stare lì ore a pensare, quella dei tanti "se" e "ma" che non portano a niente.

"Il numero sette", come tutti i dischi dei Fine Before You Came, viene fuori all'improvviso, senza rumors, hype, teaser e altri futili inglesismi. Viene pubblicato un dì: la band scrive un post per spiegare cosa ha fatto e ti ritrovi un link per il download gratuito con la frase "Se vi piace presto proviamo a suonarlo anche dal vivo". Una modestia e un'onestà che spiazzano. "Cultivation Of Ease" e "Fine Before You Came" sono distanti anni luce, "Sfortuna" è solo l'eco di un grido nell'ombra, "Ormai" il punto d'arrivo e di ripartenza, "Come fare a non tornare" un passo timido verso una loro versione del post-rock. "Il numero sette" è il nuovo esperimento di Lietti e compagni: i bollenti spiriti vanpeltiani si sono sedati (ma solo apparentemente), il dramma emo-core è ora più una riflessione su se stessi, le sette tracce sono un crescendo in una direzione sorprendentemente darkwave, costruite su di un post-hardcore rallentato all'inverosimile.

Quando Lietti comincia a cantare in "Ultimo giorno" non c'è altro da dire, si sentono i Diaframma più glaciali. "Abbiamo piedi pesanti/ Che ci trattengono a terra/ È cosa normale qui nessuno vola" viene pronunciato sull'intonazione del primo verso di "Siberia". Le chitarre soffiano note di fredda bora, il suono del basso disegna pochi accordi slintiani, fino all'incedere di piatti che riempono la coda finale, recitando "Abbiamo costruito muri di seconde pietre/ Per nascondere peccati inconfessabili" con un'aura di mistero che sembra frutto della penna di Fiumani. In "Sequel" ci sono i piccoli rimpianti di tutti i giorni, tra un'apertura che ricorda "Opener" dei Clash Of Rhinos e delle sferzate ritmiche che culminano in un'onda di violenza emo-core. Anche "Trabocchetti" mantiene il fil rouge sonoro di tenebre e pessimismo; inizialmente si tratta di un canto monocorde che colpisce dritto al cuore: "Ci disegniamo male per non tradire l'intento di una caricatura che/ faccia ridere noi soltanto", per poi sfociare in un Lietti accompagnato dal resto della band nell'intonare il brano fino a una coda post-rock di chitarre evanescenti.
Come ogni momento di solitudine che si rispetti, "Il numero sette" passa anche per quei momenti di critica verso l'umanità, che non è disprezzo, bensì una riflessione disillusa sul fatto che "Abbiamo reso il mondo un posto peggiore", citando "Come pecore".
Chiaramente ce n'è anche per chi volesse un assaggio delle sonorità che hanno reso celebre la band, ed ecco uno sfogo che sarebbe piaciuto alla Green Records dal titolo "Penultima notte". La chiusura è l'emblema della peculiarità di questo disco: la voce di Lietti sepolta da chitarre effettate e batteria di "Nonsenso comune" sono il primo ufficioso tentativo di shoegaze dei Fine Before You Came (in un modo tutt'altro che poco originale), il testo è il sentimento umano che si svela nella sua irrazionalità: "È per questo che ci odio/ Dobbiam sempre dirci addio".

Per giustificare la copertina, la band ha scritto che la cartolina con quelle oche hawaiane (di cui esistono pochi esemplari al mondo ormai) e quella confezione di cioccolatino con i pascoli delle Alpi svizzere sembravano perfette insieme. Forse una scelta davvero casuale, ma perfettamente coerente col senso del disco: la solitudine, come quella di una specie in via d'estinzione o come quella di una settimana fuori casa per lavoro.
Non sarà il disco più energico del quintetto milanese e probabilmente nemmeno il più brillante, malgrado ciò è il segno distintivo di una band che matura, tecnicamente e artisticamente, e quando ha di fronte uno studio di registrazione o un buon pubblico, non conosce la parola "esibizione", ma la parola "creazione".

(21/05/2017)



  • Tracklist
  1. Ultimo giorno
  2. Sequel
  3. Trabocchetti
  4. Come pecore
  5. Come alberi
  6. Penultima notte
  7. Nonsenso comune
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