Flat Worms

Flat Worms

2017 (Castle Face) | garage-punk, post-punk

L’appuntamento per i recuperi dicembrini sta diventando una piacevole abitudine quando è della Castle Face il catalogo che si sfoglia in cerca di lampi tardivi ma preziosi. Due anni fa ci era andata di lusso con la notevole opera seconda dei Pow!, l’anno scorso ci aveva detto decisamente bene con la sbrindellata poesia dell’esordio dei Mountains And Rainbows, e di certo non possiamo lamentarci adesso che un nuovo debutto patrocinato da quel volpone di John Dwyer colpisce a botta sicura nel segno. Si tratta dei Flat Worms, formazione post-punk losangelina con appena un singolo all’attivo su Volar ma ben due padrini, il secondo dei quali è nientemeno che Ty Segall, per l’occasione produttore. Nei ranghi, lo chiariamo subito, ci sono un pizzico di Oh Sees (l’attuale bassista, Tim Hellman) e un pizzico proprio di Pow! (Justin Sullivan, sodale del Kevin Morby solista e nei Babies), il braccio armato dell’autorevole leader Will Ivy (già Dream Boys, Wet Illustrated, Bridez e chissà che altro).

Difficile dire da quanto tempo non incontravamo sulla copertina di un disco quel trionfo biologico della velocità che è il cane levriere. Forse dai tempi di “Excellent Italian Greyhound” degli Shellac, un album e un gruppo che presentano molte più attinenze con questa nuova compagine di quanto si potrebbe immaginare di primo acchito. Non si tratta di un dettaglio casuale tra i tanti, tuttavia, perché gli insistiti richiami al motorismo, a una dinamicità tutta tesa all’accelerazione e alle tortuose prospettive (sonore, in questo caso), svelano inattese quanto curiose corrispondenze anche con gli ideali estetici futuristi, i veri spiriti punk delle avanguardie di inizio Novecento.

L’adrenalina è a mille in un eponimo che è tutto un’impennata, che incalza con l’onesta irruenza dei Wipers o dei Wire, oltre a una felice indole scanzonata che snocciola motivetti easy con bruciante noncuranza. Le chitarre sono centrifughe impazzite, i fuzz lordano le orecchie di schizzi elettrici mentre il doppio compressore della sezione ritmica martella che è un piacere. Il cantato declamatorio e impassibile di Ivy, con le sue ovvie ascendenze post-hardcore, completa il quadro di una band al granito. Per restare in casa Dwyer, potremmo legittimamente sostenere che i Flat Worms suonano meno feroci dei Coachwhips, per quanto la veemenza sprigionata sia la medesima: in sostanza funziona egregiamente il parallelo semantico tra quella sorta di candido lupo immortalato in “Bangers Vs. Fuckers” e lo smilzo corridore di questa nuova uscita.

Ne esce un album divertente e agilissimo, che in mezz'oretta scarsa solleva una discreta polvere dal terreno anche senza l’ausilio di particolari effetti speciali. Il singolo “Pearl”, uno dei pezzi forti, vale come paradigma, speso in un baldanzoso assalto sonico comandato dal frontman con il giusto piglio e il dovuto ardore, mentre frastuono, grovigli di feedback e sozzura acida fanno il resto. Il tono, qui e altrove, appare sempre minaccioso il giusto, marziale nel suo disincanto l’interpretazione, convulsa quanto basta la resa e poderosa la morsa percussiva. Galoppanti ma lucidi, aggressivi con cognizione, i tre californiani regalano una collezione di invettive tascabili per questi giorni di declino generalizzato, con la necessaria disinvoltura e un sorriso beffardo stampigliato in volto.

Certo, si noterà subito, c’è meno ricerca sullo stile rispetto alle compagini più canonicamente post-punk di oggi, e più beato disimpegno di stampo garage in un lavoro che gioca senza eccedere col vetriolo, ma lo fa con la leggerezza di chi non si prenda mai davvero sul serio. Così tra spigoli d’ordinanza, trame ulcerate o ritornanti e una buona dose di ironia nei confronti dell’imperante idiozia da condividere urbi et orbi via social (“Followers”), si arriva in fondo  cioè a quell'implicita resa dei conti che è “Red Hot Sand”  sufficientemente sazi nonostante la breve durata, senza aver dovuto registrare nel mentre il minimo cedimento in quanto a intensità.
E questo è quanto. Per la prossima oscura perla a marchio Castle Face tocca aspettare altri dodici mesi.

(15/12/2017)

  • Tracklist
  1. Motorbike
  2. Goodbye Texas
  3. Pearl
  4. Accelerated
  5. White Roses
  6. 11816
  7. Followers
  8. Faultline
  9. Question
  10. Red Hot Sand
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