Flowers Must Die

Kompost

2017 (Rocket Recordings) | avant-psych

Psichedelia post-nucleare, oscillazioni, ripetizioni, un senso di lievitazione che si acquisisce durante l'ascolto, sin dalle prime note dell'ipnotica "Kalla Till Ovisshet", strumentale che funge da viatico per l'infinita danza primordiale di "Kompost", quarto lavoro e pirotecnica svolta artistica del collettivo svedese, quello che potrebbe essere ricordato come il loro "disco definitivo" non fosse per il fatto di lasciar presagire un ulteriore allargamento dell'universo sonoro assemblabile.
"Kompost", che in svedese significa "concime", ci riporta a un tribalismo che si discosta da quello dei connazionali - e compagni di etichetta - Goat: qui siamo più alle prese con un viaggio interspaziale, un mantra che intende andare sì alle origini, ma rimbalzando e proiettandosi altrove, verso mondi da esplorare, senza provare la necessità di indossare le maschere e i costumi di un antico rito pagano.

Il grande plus rispetto al passato dei Flowers Must Die è rappresentato dall'ingresso nella line-up della cantante e violinista Lisa Ekelund: è la sua voce che guida "Hit" verso un'impressionante esplosione di suoni e colori, verso quel groviglio zappiano che a me ha ricordato "Psychonaut" dei Motorpsycho, la traccia che apriva il monumentale "Trust Us" nel 1998. La successiva "After Gong" è ancora più sconvolgente: una free-form-jam jazz-funk concepita in maniera tanto imprevedibile quanto ordinata, un caos controllato in grado di preservare - e qui risiede il grande prodigio - la ragionevolezza del "formato-canzone".
Ma i Flowers Must Die hanno insiti nel proprio Dna anche i germi del prog, non quello onanistico, sia chiaro, bensì quello sviluppato secondo un personale approccio world-kosmische, come se i Can si fossero ritirati in una sala di registrazione in Medio Oriente per realizzare la session della vita: in "Why?" il risultato è esattamente questo. Gli spunti da fuoriclasse e le sponde prodigiose sono davvero numerose: tanto rumorismi e cacofonie prendono il centro della scena in "Hej Da", quanto gli slanci melodici trionfano nella successiva "Don't You Leave Me Now", e così via, transitando per i raga circolari di "Hey, Shut Up" e l'apoteosi sonica della conclusiva "Svens Song", a sottolineare l'impossibilità di classificare in maniera oggettiva la compagine scandinava.

Il nome della band, mutuato dal titolo di una canzone degli Ash Ra Tempel (a proposito di kraut...), è un elemento che ne chiarisce in maniera ulteriore l'idea, il percorso e la direzione musicale, fermo restando che il terreno sul quale il collettivo opera spargendo il proprio "kompost" è così fertile che sfido chiunque a immaginare dove potrà andare a parare con i prossimi lavori. Uno stimolante interrogativo, per una formazione che spero non venga mai etichettata con il solito semplicistico "troppo avanti per i tempi". No, per una volta certe sensazioni cerchiamo di apprezzarle in diretta.
Anche perché non serve essere degli intransigenti avanguardisti per godere di questi suoni, visto che l'impronta compositiva è chiaramente rivolta a certi anni 70, ma quelli belli, quelli che troppo spesso tendiamo a rimuovere, presi dalla ricerca continua di fonti d'ispirazione contemporanee: musicisti come i Flowers Must Die sono indispensabili proprio perché coltivano la memoria, attingono dal passato, ma badano soprattutto a ipotizzare scenari in divenire con ingegno e personalità.

Onore alla Rocket Recordings: la label inglese continua a sorprendere, spostando continuamente in alto l'asticella, una delle poche realtà odierne in grado di identificarsi in maniera così salda con un genere in particolare, proponendosi come ente certificatore di inconfutabile qualità.
Iper-creativi senza (ma ne siamo davvero certi?) inventare nulla di nuovo, forti di una visione d'insieme sfuggente ma nitidissima, i Flowers Must Die si impongono all'attenzione come inguaribili fricchettoni che raccolgono i cocci del passato e lanciano l'ascia di sfida verso il futuro. Perché nel 2017 sia ancora possibile aprire le porte della percezione e concepire una musica "altra".

(16/06/2017)

  • Tracklist
  1. Kalla Till Ovisshet
  2. Hit
  3. After Gong
  4. Why?
  5. Hej Da
  6. Don't You Leave Me Now
  7. Hey, Shut Up
  8. Dar Blommor Dor
  9. Svens Song


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