Foster The People

Sacred Hearts Club

2017 (Columbia) | indie-pop, indietronica

Nel panorama indie (termine omnibus che si può applicare a qualunque e nessuna cosa), i Foster The People hanno rappresentato una curiosa ventata d'aria fresca partita nel 2011 dal basso grazie al passaparola del web che ha proiettato l'allora terzetto californiano all'attenzione degli addetti ai lavori. Merito di quella che potremmo definire la canzone di una vita, il brano perfetto in cui tutto si incastra alla perfezione e con il quale fai centro nell'airplay e convinci pure la critica: "Pumped Up Kids", un upbeat tutto sommato minimale e all'apparenza gioioso ma che in realtà nascondeva nelle pieghe del testo un po' spoken word un po' cantato il dramma dei teenager disturbati che commettono stragi sparando ai loro coetanei.
È la summa dei Foster The People: un indie-pop intelligente, a volte sarcastico, capace di unire mondi distanti come la classifica e l'universo alternativo. Da lì poi è nato il convincente album di debutto "Torches", seguito da un secondo lavoro più controverso ("Supermodel", tutto sommato non così malvagio) e una popolarità meno accentuata. Il rischio che la loro stella si potesse eclissare con l'uscita dal gruppo del bassista Cubbie Fink nel 2015 ha spinto verso una rifondazione del progetto Foster The People; ecco dunque che la line-up capitanata dal frontman Mark Foster, assieme all'altro componente della band originale, il batterista Mark Pontius, si arricchisce di due componenti già presenti nella formazione live: entrano così ufficialmente nel gruppo il tastierista Isom Innis e il primo chitarrista Sean Cimino.

Anticipato da un Ep con tre brani poi presenti nel terzo album della loro carriera, "Sacred Hearts Club" è la ripartenza dei Foster The People: nato alla fine del tour di "Supermodel" tramite un lavoro iniziale di Foster e Innis, il disco è stato più volte rimaneggiato in un continuo processo di costruzione e decostruzione, come ha dichiarato in una intervista il frontman. Tagliato nel minutaggio inizialmente eccessivo, con canzoni che mediamente duravano dai sette ai dieci minuti, e rimasterizzato un paio di volte, "Sacred Hearts Club" è un album che nelle intenzioni partiva da un punto di ispirazione, ovvero la psichedelia anni Sessanta, per poi giungere verso altre destinazioni musicali scaturite nel processo creativo, mescolando e sperimentando generi e vedere così l'effetto che fa. A volte questa jam session stilistica e creativa funziona, a volte meno, ma fortunatamente gli episodi più convincenti sopravanzano quelli di cui si poteva fare a meno. La terza prova dei Foster The People è un treno ad alta velocità che incrocia le stazioni del funk, della trap, del wonky e pure del post-punk, e solo sporadicamente lascia intravedere qualche barlume psichedelico.

La prima parte è quasi tutta all'insegna del funk con l'opening track "Pay The Man" che omaggia il Philadelphia sound e lo fa ibridare con il wonky ottenendo un curioso e piacevole mix e che ci introduce nel tono più consolatorio e ottimista di "Sacred Hearts Club" rispetto al più polemico e arrabbiato "Supermodel"; non manca però quell'ironia tipica dei Foster The People che traspare nel successivo "Doing It For The Money", con quel titolo fuorviante che nasconde l'onestà intellettuale del gruppo ("We're not doing it for the money"): un brano pop/rock che parte in medias res con il ritornello da inno da stadio, bassi trap profondi e la collaborazione di Ryan Tedder dei One Republic.
Le vibrazioni funk traspaiono anche in "Sit Next To Me", che ricorda i Daft Punk di "Get Lucky" e farebbe venire seri complessi di inferiorità ai Maroon 5, nei riff ipnotici di "SHC", nel deciso giro di basso di "I Love My Friends" o nel traslucido e sognante "Static Space Lover" con l'azzeccato featuring della cantante e attrice Jena Malone. Ma quando i Foster The People prendono la tangente, i generi si aggrovigliano e spuntano momenti post-punk alla Strokes di "Lotus Eater", il doo-wop di "Time To Get Closer" e lo sfacciato trap di "Loyal Like Sid & Nancy" con quei drum beat da Run The Jewels temperati da melodie con cadenza d'inganno.
Meno convincente il finale, con una "Harden The Paint" caratterizzata da uno stucchevole call and response con l'autotune e dalla inutile ballad finale di "III". In tutto ciò, la psichedelia che doveva essere la fonte d'ispirazione resta sullo sfondo relegata in momenti marginali, come nell'interludio di "Orange Dream", che serve più che altro a fare da collante, ma va bene così: "Sacred Hearts Club" non delude, mantenendo intatta quella cifra sperimentale che ha sempre distinto i Foster The People da molte altre realtà indie-pop.

Colpisce anche una scrittura coraggiosa, che non teme di usare immagini ardite, come nella complessa metafora della narcotica "Lotus Eater" (con versi come "I wish that I could blink/ And turn all your words into ice cubes/ So I could fill my drink") e nel citazionismo spinto di "Loyal Like Sid & Nancy", che mischia Sid Vicious e Nancy Spungen, il suicidio di Sylvia Plath e il sottovalutato Daniel Johnston. Come si diceva all'inizio, è anche questa la forza dei Foster The People, ovvero quell'intelligenza creativa che li spinge a non essere banali o troppo prevedibili anche quando producono canzoni che conquisterebbero facilmente le radio. L'anarchia controllata di "Sacred Hearts Club", inoltre, riesce a fare qualcosa che non andrebbe sottovalutato o sbeffeggiato in maniera snobistica, e cioè divertire l'ascoltatore anche più smaliziato senza sensi di colpa, farlo ballare ed eventualmente pensare (ma questo non è fondamentale) allo stesso tempo. Non è poco e non è da tutti.

(27/07/2017)



  • Tracklist
  1. Pay the Man
  2. Doing It for the Money
  3. Sit Next to Me
  4. SHC
  5. I Love My Friends
  6. Orange Dream
  7. Static Space Lover
  8. Lotus Eater
  9. Time to Get Closer
  10. Loyal Like Sid & Nancy
  11. Harden the Paint
  12. III




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