Fret

Over Depth

2017 (Karlrecords) | dub industrial, techno, dark-ambient

Il nome di Mick Harris non dovrebbe aver bisogno di presentazioni: nato a Birmingham, fu lo storico batterista dei Napalm Death (dal 1985 al 1991), nonché uno dei primi ad adottare la tecnica del blast beat e il primo a coniare il termine grindcore per descrivere la musica della sua band. Dopo la dipartita dai Napalm Death, Harris mise in piedi - agli inizi assieme a Nic Bullen, per poi proseguire in solitaria - un progetto dub/industrial chiamato Scorn. Altro suo alias seminale fu Lull, in cui l’artista esplorerà sonorità evanescenti e maggiormente incentrate sul dark-ambient. Come se non bastasse, dall’incontro tra lui, John Zorn e Bill Laswell, prenderà fuoco, a nome PainKiller, una micidiale miscela di free-jazz e ritmiche grindcore. Il resto è storia.
Ora Harris torna, sotto la sigla Fret, con un nuovo lavoro intitolato “Over Depth” e improntato a una forma aggressiva e claustrofobica di techno-dub industrial che ha molti punti in comune con i Techno Animal dell’ex-Napalm Death Justin K. Broadrick (Godflesh) e di Kevin “The Bug” Martin.

Nel lontano 1995 Harris aveva già utilizzato il nome Fret per realizzare un 12” omonimo per la Resonance (sublabel della Downwards di Regis) e, in embrione, vi era già una sorta di elettronica dalle ritmiche lente e claustrofobiche, anticipatrice di contemporanee forme di pesantissima elettronica dissonante alla Samuel Kerridge, Perc e Ansome (solo per fare qualche nome di rilievo) nonché precorritrice, con il senno di poi, del futuro sound delle uscite dello stesso Regis per Blackest Ever Black.
Il nuovo album, uscito per Karlrecords, aggiorna le coordinate di Fret al nuovo millennio e, di fatto, funziona benissimo in sede live. La presentazione in anteprima al celebre Berlin Atonal, uno dei festival più importanti al mondo di musica elettronica, lo ha ben dimostrato a chi ha avuto la fortuna di essere presente all’evento.

“Over Depth” è un disco monolitico e pieno di rabbia, molto più spinto nella parte ritmica rispetto a lavori come Scorn. Harris è un maestro del live dubbing e qui si sente. Ascoltando brani come “The Waiting Room”, immaginiamo una bestia che si agita all’interno di una gabbia, mentre tracce come “Murderous Weight” evocano lo spettro dei migliori Techno Animal con beat duri come il cemento ma schizzati d’adrenalina.
Le ritmiche spezzate e mai banali sono lezioni di stile e, in fondo, ascoltando episodi come “Stuck In The Track At Salford Priors” non ci troviamo troppo distanti dalle ricerche dell’ultimo Kerridge di “The Silence Between Us”.

Sia chiaro: niente di nuovo sotto il sole. Oggi il maestro ha molti giovani allievi che hanno sviluppato le sue intuizioni in mille rivoli. Persino il suo ex-collega Justin K. Broadrick, nei panni di JK Flesh, oggi non sta battendo territori troppo differenti. Del resto, aleggia ancora il fantasma di un certo “Birmingham Sound” che ben si sposa con forme contemporanee di techno-industrial.
Inserendo nell’elettronica la rabbia e la forza ereditate da certe forme di metal estremo e passando per le sperimentazioni post-industriali degli anni Novanta, Harris raccoglie i semi gettati anni fa con un lavoro ben a fuoco, anche se non molto vario nella proposta.

(24/11/2017)



  • Tracklist
  1. Lift Method
  2. The Waiting Room
  3. Meadow Taken Back
  4. Murderous Weight
  5. LO30
  6. Stuck in the Track at Salford Priors
  7. Etched Beaked Point
  8. Lifford Res
  9. B14
  10. No Rain
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