Gabriel Garzón-Montano

Jardin

2017 (Stones Throw) | funk, r&b

Nato a Brooklyn da genitori immigrati, Gabriel Garzón-Montano può in parte essere considerato un figlio d’arte, avendo coltivato la sua passione per la musica grazie all’incoraggiamento della madre – famosa soprano dell’ensemble di Philip Glass. L’accuratezza e l’attenzione al dettaglio, scaturita dalla passione per la musica classica (il suo primo strumento è stato un violino), insieme alle origini franco-colombiane hanno fatto il resto, a questo si è infine aggiunta la predilezione del giovane musicista per Prince, Sly And The Family Stone, James Brown e Stevie Wonder, dai quali ha attinto quel gusto per la melodia e per il ritmo che sono alla base del suo stile.

Il momento di gloria per Gabriel Garzón-Montano è arrivato quando il suo percorso artistico si è incrociato con quello di Drake, galeotto fu infatti quel campionamento (“Jungle”) che ha dato visibilità al musicista e autore americano. La pubblicazione di un Ep e la sua presenza come open-act nelle tournée di Lenny Kravitz e Mayer Hawthorne hanno infine creato le premesse per il suo primo e vero album. L’atteso esordio, “Jardin”, non delude le attese, tra scampoli piacevoli di funky alla Prince (“The Game”), delizie pop in bilico tra Todd Rundgren e Rufus Wainwright (“Trial”) e una serie di deliziosi downtempo che si insinuano nella scia di D’angelo (“Sour Mango”).

Purtroppo, la produzione perfettamente tirata a lucido delle dieci tracce a volte disorienta, smorzando in parte la versatilità della scrittura, che alterna soul-pop dalle sonorità vintage alla Stevie Wonder, con tanto di moog in bella evidenza (“Fruitflies”), a curiose tentazioni doo-woop che non sposano alla perfezione il sottostante tessuto ritmico (“Long Ears”).
Gabriel Garzón-Montano ha dalla sua un’attitudine naturale per eleganti pop-soul senza pretese (“Crawl”) e romanticherie dal ricco potenziale cinematico (“My Balloon”), ma nonostante alcune interessanti intuizioni e inaspettate prove d’autore, che non sfigurerebbero nel repertorio di Burt Bacharach (la suggestiva “Lullaby”) e ingegnose alchimie ritmiche alquanto originali (“Bombo Fabrica”), non mantiene fino in fondo tutte le premesse, e le promesse, rinviando l’attestazione del suo talento al prossimo passo discografico.

(16/11/2017)



  • Tracklist
  1. Trial
  2. Sour Mango
  3. Fruitflies
  4. The Game
  5. Long Ears
  6. Crawl
  7. Bombo Fabrika
  8. Cantiga
  9. My Balloon
  10. Lullaby 




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