Gary Numan

Savage: Songs From A Broken World

2017 (BMG) | synth pop, wave

La carriera di Gary Numan (all'anagrafe Gary Anthony James Webb) è sicuramente una delle più singolari e travagliate della storia della musica, fatta di cambiamenti, morti, rinascite, passaggi di genere, crisi, silenzi e molto altro; il nostro inizia il suo percorso musicale negli anni Settanta, e dopo aver suonato in alcune band come chitarrista fonda i Tubeway Army insieme a suo zio Jess Lidyard e al bassista Paul Gardiner nel 1976, band new wave dalle forti influenze punk, la quale già mostrava il suo gusto per l'unione tra suoni sintetici e chitarre elettriche. Segue una carriera solista inaugurata nel 1979, che inizialmente vede un grande successo di pubblico e critica, salvo poi conoscere crisi d'identità e cali progressivi di fama con attacchi spesso feroci da parte della critica.

Personaggio da sempre in realtà tediato da problemi di sicurezza e di rapporto con gli altri (scoprirà solo molto più avanti di essere affetto dalla sindrome di Asperger), il Nostro cade in una profonda depressione, anche se non smetterà mai di comporre musica, rimanendo per anni una figura sottovalutata del mondo della musica, ricordata da alcuni fedelissimi ma dimenticata dallo showbiz.
Bisognerà attendere la metà degli anni Novanta affinché il musicista rinasca a nuova vita, lasciando alle spalle ogni tentativo di trovare il successo nella musica pop, avvicinandosi invece ai suoni di stampo elettronico più duro e influenzati da quel rock industriale oscuro e nevrotico che allora andava molto di moda; ironia della sorte, le sue nuove influenze vedranno band come i Nine Inch Nails, a loro volta largamente influenzati da Numan, e con il tempo sempre più gruppi ricorderanno la sua figura, riportandolo in auge tra le nuove generazioni.

Gli anni Duemila sono quindi caratterizzati da una serie di lavori di stampo oscuro e "sperimentale", che incontrano il favore della scena alternativa, dove i temi legati al suo stato d'animo, al suo ateismo militante e alle crisi della sua esistenza, si legano a un sound che vede paesaggi elettronici e loop di chitarre taglienti, formula mantenuta in modo più o meno costante, aggiungendo nei lavori più recenti (prodotti dall'ormai fido collaboratore Ade Fenton) anche elementi più da club e vagamente Ebm.
Arriviamo così al disco ora uscito e qui recensito, ovvero "Savage: Songs From A Broken World", un concept-album su un mondo post-apocalittico che segue la linea fin qui descritta, tra bassline distorte, ritmi meccanici, vocals filtrate riconoscibili fin dall'inizio (accompagnate in alcune occasioni da quelle della giovanissima figlia Persia Numan, la quale fa qui il suo debutto), movimenti striscianti pronti a esplodere in ritornelli epici e trascinanti coadiuvati da riff e melodie sintetiche dal gusto mediorientale.

Una trama sonora che si delinea tramite episodi quali "Ghost Nation", traccia che parte con arie sinistre pronte ad aprirsi a momenti che ci riportano al primo Numan di matrice new wave, o la più malinconica "The End Of All Things", pezzo delicato che evolve tra suoni sognanti sintetici, raggiungendo un bel climax di stampo electro-rock; "When The World Comes Apart" mostra tratti più distorti e duri, con una matrice industrial-metal coadiuvata da loop filtrati di chitarra e tastiere che rimandano ai Depeche Mode di "Violator", non dimenticando comunque ritornelli ariosi e onirici, mentre "What God Intended" porta in gioco drum machine distorte e monolitiche, aggiungendo poi campionamenti orchestrali di archi in un songwriting synth-pop evocativo che mostra il lato più futuristico del nostro.

Tirando le somme, un album che non cambia le carte in gioco ormai usate da anni dall'artista britannico, ma che le utilizza in maniera probabilmente più concentrata e diretta, riuscendo anche a riesumare alcuni tratti del suo primissimo stile, mettendoli a servizio del nuovo corso grazie al largo uso di melodie elettroniche di buona fattura, anche se a volte un po' simili tra i vari brani.
Il risultato è un disco che di sicuro accontenterà chi già segue la carriera del Nostro, un musicista che percorre nel bene e nel male la sua strada facendo quello che più ama, forte di un immagine e di un suono che sono ora pienamente espressione del suo mondo creativo e del suo estro. Se cercate pezzi con un songwriting accattivante dai toni alternative-rock e sintetici, a tratti suadente e sinistro, a tratti epico e solenne, dove chitarre ed elettronica s'incontrano in un paesaggio sonoro desertico, qui troverete di sicuro pane per i vostri denti.

(20/10/2017)

  • Tracklist
  1. Ghost Nation
  2. Bed Of Thorns
  3. My Name Is Ruin
  4. The End Of Things
  5. And It All Began With You
  6. When The World Comes Apart
  7. Mercy
  8. What God Intended
  9. If I Said
  10. Pray For The Pain You Serve
  11. Broken
  12. Cold


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