Gianluca Becuzzi, Massimo Olla

RedruM

2017 (Luce Sia) | neofolk, drone ambient

Gianluca Becuzzi è un personaggio-chiave della scena sperimentale italiana e non solo, conosciuto sia per aver dato i natali al progetto Limbo e per essere stato un collaboratore di gruppi storici quali i Pankow e i Kirlian Camera, sia per la sua più recente carriera all'insegna dell'esplorazione delle possibilità offerte dalla musica drone, ambient ed elettronica/elettroacustica, dietro nomi quali Kinetix, Noise Trade Company, Greyhistory, o più semplicemente quello di battesimo.
Toscano di nascita e sardo di adozione, Becuzzi non è persona che vive di glorie passate, anzi, il Nostro è da sempre in continua ricerca di nuovi modi per esprimere il suo estro creativo, avulso tanto da orpelli vintage o strizzatine d'occhio alle mode, quanto da rumorismi privi di forma e nesso, e sempre supportato da una solida base musicale, sia teorica, sia pratica.
Massima Olla (Noisedelik) è invece un artista, polistrumentista e produttore cagliaritano (creatore dello strumento a molle metalliche chiamato [d]ronin) che ha già collaborato con Becuzzi nel suo disco del 2015 "Deceptionland", pubblicato per la Swiss Dark Nights, membro insieme a Simon Balestrazzi (T.A.C, Dream Weapon Ritual ecc.) del progetto sperimentale Hidden Reverse.
Ora le due menti hanno deciso di unire i loro sforzi in maniera ancora più definita, dando alla luce il disco qui recensito intitolato "RedruM" e pubblicato dalla label svizzera di Sacha Rovelli (Icydawn) e di Nebojsa Bacic chiamata Luce Sia, attenta da sempre ai nomi più particolari della scena sperimentale italiana.

"RedruM" è quindi un album figlio degli interessi e della musica dei due personaggi coinvolti, una rivisitazione particolare delle cosiddette murder ballads, ovvero le canzoni popolari legate a omicidi nate nel Diciassettesimo secolo nei paesi anglosassoni e scandinavi; il collegamento con la tradizione, rivista e portata ai giorni nostri, è una perfetta metafora della musica del progetto, in qualche modo atavica e panica, ma allo stesso tempo assolutamente contemporanea e connessa alla realtà in cui si colloca.
Tratti neofolk si sposano a trame ambient e tappeti drone, mentre percussioni tribali assumono a volte connotati più sinistri e industriali, il tutto però senza mai toccare il gusto dell'improvvisazione o della sperimentazione amatoriale che elimina l'identità del suono: l'esperienza dei personaggi coinvolti, più che pazienti nel tessere la loro tela, evita tutto ciò. Notiamo anche come qui Becuzzi utilizzi la sua voce, spesso vicina al Blixa Bargeld più suadente e narrativo, elemento da tempo assente nella sua produzione musicale, elemento che dona un elemento umano a suoni altrimenti a tratti alienanti e lontani dalla civiltà, così come la intendiamo. Un rituale quindi che unisce due mondi, il passato e il presente, grazie a un'esperienza che abbraccia lo scibile umano tramite la propria sensibilità personale.

"Black Dahlia" apre le danze con il suo andamento sinistro aperto da linee oscure ed effetti statici, una coda dark-ambient che conosce anche suoni improvvisi da field-recording. Ecco che le vocals sospirate, ma poco amichevoli, di Becuzzi trovano spazio sullo strato musicale sempre più sinistro, arricchito da corde stridenti, destinate ad aprirsi a cori ossessivi e ad accompagnarsi a riff distorti di chitarra. Ritmi ipnotici e trame da film horror completano il quadro, il quale poi si riproduce nella successiva "I Hung My Head", ma questa volta con canti ispirati e scosse elettroniche unite a colpi industriali e suoni da colonna sonora monolitica; a un certo punto il ritmo si fa più cadenzato, regalandoci un episodio che coniuga perfettamente sperimentazione e musicalità.
"Pretty Polly" diventa un cantico sepolcrale giocato su effetti stridenti, sui quali si crea per addizione un movimento solenne, prima con suoni grevi e vocals ariose, poi con corde stridenti che sembrano grida; una falsa esplosione ci regala invece un tratto di sola voce a cappella, presto però raggiunta da fraseggi di chitarra e ritmi di tamburo. L'atmosfera si divide quindi tra immagini desertiche e processioni in nero, portandoci al neofolk moderno più oscuro di stampo statunitense, ma sempre con quel gusto particolare tipico del lavoro qui recensito.
"Love Henry" ci stordisce con riff distorti fino al livello del disturbo elettronico, ma subito dopo offre l'intensissima marcia pulsante dove la voce del cantante incontra effetti vari durante il suo corso; riecco quindi le distorsioni dal gusto sludge, che scolpiscono il songwriting del brano. Arie sacrali accennate completano l'armamentario qui usato, atto a un suono basato sull'aggiunta e sulla sottrazione degli elementi impiegata nel punto e momento giusto.

"Thirteen" si apre con campionamenti ambientali, scuotendoci poi con vibrazioni continue sulle quali trova posto il cantato suadente, ormai familiare, di Becuzzi; cori dall'oltretomba e sinistre arie prendono piede in sottofondo, e non mancano accenni di chitarra altrettanto oscuri. Il movimento rimane lento e sospeso, generando così una tensione ricca di aspettative tenute sul filo del rasoio: non vi è mai un'esplosione violenta, anzi il brano sembra farsi beffa di noi, riportandoci improvvisamente ai silenzi dove ci tortura subito dopo con suoni stridenti e ritmi serpeggianti.
"Two Sisters" chiude l'album con le sue profondità dark-ambient reiterate come geyser continui; suoni di radio fuori frequenza si uniscono all'oscurità generale, creando un substrato tellurico e greve. Finalmente la voce solenne del Nostro ci raggiunge, declamando al sua nera lezione mentre l'andamento si arricchisce subito dopo di connotati drone e riff distorti e solitari; il risultato è l'ennesimo gioco di alternanze e passaggi di consegna, destinato a collimare in una marcia minimale.

Un disco fatto per essere ascoltato in solitudine e con attenzione, perfettamente rappresentato dall'artwork che lo accompagna: asce nere conficcate in mura grigie, così come i neri suoni e le distorsioni si conficcano nello strato musicale grigio e plumbeo, racconti di fatti nefasti a loro tempo resi come ballad popolari, alle quali ora i Nostri restituiscono la giusta solennità e gravità.
Ancora una volta, la sperimentazione e l'uso di stili e fonti sonore diverse vengono messi al servizio di "musica altra" che rimane però prima di tutto musica; ogni episodio ha una struttura ben riconoscibile, un racconto sonoro con inizi, parti centrali e conclusioni, anche se spesso i movimenti ritornano in un gusto accentuato per la ripetizioni ipnotica.
Un lavoro quindi che non è auto-indulgente, offrendo anzi all'ascoltatore vari punti di accesso, a patto naturalmente di essere avvezzi a un certo mondo musicale che non gioca secondo le regole dell'ordinario o del conosciuto. L'esperienza di trent'anni di carriera torna ancora una volta a mostrarsi, senza però mai guardarsi troppo indietro, sempre protesa con lo sguardo in avanti e i piedi piantati nel presente. Caldamente consigliato.

(11/10/2017)

  • Tracklist
  1. Black Dahlia
  2. I Hung My Head
  3. Pretty Polly
  4. Love Henry
  5. Thirteen
  6. Two Sisters
Gianluca Becuzzi, Massimo Olla on web


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