Giovanni Di Domenico

Insalata Statica

2017 (Silent Water) | avantgarde

Avevamo lasciato il pianista e compositore romano (benché ormai belga a tutti gli effetti) Giovanni Di Domenico con delle ottime prove discografiche, "Delivery Health" (Silent Water, 2015) e "Arco" (Die Schachtel, 2015) su tutte. Nota è la sua amicizia con il genialoide Jim O'Rourke, che spesso e volentieri ha suonato nei suoi dischi. Di Domenico ha sempre stupito per il suo gusto e il peculiarissimo stile che sa coniugare il free-jazz più avanzato con la musica d'avanguardia più colta, ma allo stesso tempo anche parecchio emozionante e comunicativa.

In questo scorcio di inizio autunno è uscito il suo nuovo disco (edito nel solo formato in vinile), "Insalata Statica", che è, senza mezzi termini, un bellissimo disco di musica avantgarde come da tempo non ne sentivamo. Con "Insalata Statica", Di Domenico ha inciso il suo personale "Tubular Bells" (Virgin, 1973), componendolo e registrandolo in completa solitudine con il solo ausilio di strumentisti esterni.
Esattamente come il capolavoro di Mike Oldfield, anche "Insalata Statica" è formato da un'unica suite dalla durata di quaranta minuti, suddivisa in nove tranci uniti tra loro come un unico flusso di coscienza, costituendo così un affascinante dedalo-mosaico sonoro. Dal suo amico O'Rourke, il pianista romano ha tratto sicuramente ispirazione dal capolavoro "The Visitor" (Drag City, 2009), specie per quanto riguarda tutte le varie orchestrazioni e arrangiamenti, che sono di gusto squisito.
La suite ha un inizio musicale assai pacato, con poche note reiterate dei fiati e di pianoforte (sia elettrico che acustico). Poi, il tutto si trasforma mediante un continuum di accordi prodotti da un harmonium che poggiano su varie distorsioni, che portano infine a una dolce melodia intonata dal piano e dal clarinetto. Man mano che si procede, entra a far parte anche una base ritmica e qui si viene trasportati nel più puro stile della scuola di Canterbury (gli Henry Cow di "Leg End" potrebbero essere un plausibile esempio).

Si procede poi con uno strano mix tra il primo Mike Oldfield e i Popol Vuh più elettrici (quelli di "Einsjager & Siebenjager", per intenderci), per essere infine trasportati nella piena epoca d'oro della Ecm di Monaco, con Di Domenico che prende spunto addirittura da Keith Jarrett. La medesima melodia viene in seguito trattata elettronicamente, fino a diventare cadenzata e a riportarci nei territori cari a Fred Frith e a Tim Hodgkinson.
Il disco termina inaspettatamente con una fanfara dal gusto brasiliano e l'album volge al termine con una gioiosa melodia, che va sfaldandosi fino alla fine.

Ananta Roosens alla tromba, Joao Lobo alla batteria (altra vecchia conoscenza, essendo un componente del trio di Giovanni Guidi), Jordi Grogrand ai clarinetti, Niles Van Heertum all'eufonio e Vera Cavallin all'arpa hanno permesso a Giovanni Di Domenico di arrivare finalmente al suo capolavoro musicale.
A noi non resta altro che applaudire. Questa è sul serio musica d'avanguardia d'alta classe e il pianista-compositore romano possiede tutta la creatività di uno Steve Beresford meno cacofonico.

(02/10/2017)

  • Tracklist
Side A

  1. Ia, Ib, II


Side B

  1. IIIa, IIIb, IIIc, IV, V, VI
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