Godflesh

Post Self

2017 (Avalanche Recordings) | post-industrial

I Godflesh sono la creatura principale di Justin K. Broadrick, in origine chitarrista dei Napalm Death e in seguito mastermind dietro a nomi quali The Fall Of Because, Techno Animal, The Curse Of The Golden Vampire e mille altri progetti. Lui e il bassista G. C. Green sono attivi come Godflesh sin dalla fine degli anni Ottanta, tra suoni ed estetica di stampo industriale e metal di estrazione doom e grind, creando un connubio poi imitato da molti, ma mai eguagliato ai loro livelli. Là dove anche nomi storici quali Ministry e The Young Gods hanno spesso aggiunto elementi elettronici a strutture prettamente rock/metal, o loop di chitarre a brani essenzialmente elettronici, la band inglese è riuscita a trasportare concretamente le atmosfere da fabbrica e i motivi di spersonalizzazione tipiche della musica industriale in un songwriting basato su un uso minimale di chitarra, basso, drum machine e vocals ruggenti con ben poco di umano. Un suono meccanico e ossessivo, espressione di un mondo sempre più freddo e dai paesaggi interiori devastati e devastanti.

Segue una lunga discografia fatta di episodi che, partendo da una base derivata dall'amore del chitarrista verso per le chitarre ad accordatura bassa dei Black Sabbath, per il post punk di Joy Division e Killing Joke, e per la musica industriale, cambiano di volta in volta le carte in tavola, tra addizioni elettroniche, connotati urbani dal sapore hip-hop e sincopato, deviazioni con l'uso di batteria umana al posto della fida drum machine, elemento che sin agli albori ha regalato un suono freddo e meccanico alla loro trame distorte e piene di tensione.
Nel 2001, dopo il disco "Hymns", il duo si scioglie per permettere a Broadrick di proseguire la sua carriera con il progetto Jesu, e più avanti nel tempo con le sperimentazioni noise di Greymachine e le derive techno-industrial di JK Flesh; ma ecco che nel 2014, all'improvviso, arriva prima la notizia del Ep apripista "Decline & Fall", e poi dell'album vero e proprio "A World Lit Only By Fire", opere che riaprono il corso del progetto con un suono più vicino ai loro esordi, anche se in parte privo dello stesso mordente. Arriviamo quindi a oggi e alla pubblicazione di "Post Self", disco che sembra ingranare totalmente la marcia dopo un periodo di rodaggio, grazie a suoni ossessivi e senza pietà che rimandano in parte al debutto "Streetcleaner", ma coniugati con sperimentazioni che richiamano la musica industriale propriamente detta di band quali i padri fondatori Throbbing Gristle o i primissimi Cabaret Voltaire e suoni post punk distorti e grevi, che piuttosto che richiamare il lato più romantico e oscuro di questo genere, cercano la sua essenza più ostica e belligerante.

Se la title track non ci sorprende più di tanto, pur trattandosi di un ottimo brano, poiché presenta un modus operandi ben familiare ai fan della band - ovvero loop dissonanti di chitarra, ritmica ossessiva e versi disumani reiterati, tutti elementi usati per creare tensioni sonore calibrate da cesure drammatiche e fraseggi taglienti - è con "Mirror Of Finite Light" che le cose si fanno ancora più interessanti, tra connotati tribali, atmosfere oscure e vocals più umane che ricordano quanto fatto con Jesu, ma qui in un contesto ben meno benevolo e rassicurante, dove la dissonanza e le bordate distorte rimangono all'ordine del giorno.
"Be God" sembra riprendere alcuni elementi più elettronici vicini a quanto fatto con il disco "Pure", tra synth eterei e disturbi industriali, giocando con elementi “proto-noise” che presto si uniscono a chitarre ad accordatura bassa e ultra distorta e vocals bestiali che rimandano addirittura a certo black metal dal gusto sludge e al drone più violento, mentre "Pre Self" gioca con chitarre sferraglianti e linee vorticanti, dandoci una marcia militante nella quale la voce di Broadrick si mostra nella sua indifesa umanità, creando un contrasto che impreziosisce l'episodio. La conclusiva "The Infinite End" offre atmosfere post-rock coinvolgenti, ma sempre tese, dilungate in un loop che conosce anche tratti evocativi e pieni di pathos, sui quali una voce filtrata e sacrale trova ottima collocazione, raggiungendo un climax emotivo che è un perfetto epitaffio per il disco, promulgato da synth evanescenti.

Un'opera magistrale che reinventa il suono dei Godflesh mantenendone tutti gli elementi cardine e utilizzando tutta una serie di tradizioni musicali che sono da sempre state ispirazione per i Nostri, ma che ora vengono portate alla luce in maniera inedita per l'esplicita appartenenza di alcune tracce a certi mondi musicali, e anche grazie ad alcuni stimoli nuovi, vicini ad altre aree del metal estremo che, ironicamente, ma nemmeno troppo, a loro volta spesso hanno tratto ispirazione e influenza dalla band inglese. Se quindi il pur buon album precedente suonava un po' come di mestiere, ora la posta in gioco si alza, consegnandoci un disco capace di regalare nuove emozioni e suonare coerente sia nel contesto attuale di riscoperta di certi suoni da parte del mondo musicale, sia nella discografia mutante e mutevole, ma sempre fedele a un certo spirito, del duo.
Un ascolto più che consigliato per gli amanti della musica estrema di diversi tipi, ma anche semplicemente alle menti più aperte interessate a entrare in contatto con una delle realtà musicali più coerenti e di qualità della musica moderna.

(28/11/2017)

  • Tracklist
  1. Post Self
  2. Parasite
  3. No Body 
  4. Mirror Of Finite Light 
  5. Be God
  6. The Cyclic End
  7. Pre Self 
  8. Mortality Sorrow
  9. In Your Shadow
  10. The Infinite End
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