Grandaddy

Last Place

2017 (30th Century Records) | indie-rock, dream-pop

Everything about we is a forgotten dream
Everything about us is a lost machine

I Grandaddy sono tornati a casa. Adesso sì, finalmente e pienamente, senza bisogno di ricorrere a mascherate goliardiche (Arm Of Roger) o stravaganti combutte (Admiral Radley, con gli amici Earlimart), senza più le incertezze o le mezze misure delle reunion imbastite un po’ alla carlona, per mero tornaconto. Serviva il rientro di Jason Lytle a Modesto, avvenuto per ragioni pratiche dopo gli anni trascorsi nel Montana prima e nella piccola mecca di Portland poi, a chiusura tra l’altro di una tumultuosa relazione di coppia. A soffermarcisi, anche questa sua rentrée californiana assume gli estremi della questione sentimentale, non potrebbe essere altrimenti. “Last Place” come estremo rifugio, quindi, il “pretty great place to hide” di cui il Nostro canta oggi con rinfrancante candore. E “Last Place” come identikit che restituisca il proprio rustico volto, anche, tracciato sulla scorta delle impressioni offerte da testimoni non proprio imparziali, gli alleati e i cultori dei bei giorni che furono.

Il quinto Lp del gruppo statunitense esce per la 30th Century Records del compagno di merende Danger Mouse, a un lustro esatto dalla rifondazione e più di due dalla precedente fatica in studio, “Just Like The Fambly Cat”.
E’ francamente difficile commentare questo disco e pretendere di restare obiettivi, se con le magiche invenzioni dei californiani si è andati quasi immancabilmente a nozze. Occorre essere franchi e premettere che è di un superbo auto-revival che si tratta in fin dei conti, anche per sgombrare il campo dagli equivoci come dalle preventive note di demerito dei detrattori, i militanti della fazione “evolversi o morire (e non azzardarsi a rinascere)”. Mentre lo si rileva, va però anche sottolineato che non c’è ruffianeria in questa operazione, che gli artisti sono la musica che suonano, senza troppe complicazioni concettuali, e che “Last Place” sarà pure un album tutto rivolto al passato, ma nel suo orizzonte si può facilmente cogliere il rasserenante lustro dei lavori onesti.

Pronti, via: “Way We Won’t” serve la prima madeleine di una ricca colazione, sulla tavola imbandita il comfort della stessa atmosfera malinconica della band di “Sumday”, di cui par quasi di ascoltare un remake dell’opener “Now It’s On”. Per restare al medesimo riferimento, il singolo “Evermore” ha dalla sua una meravigliosa inflessione plumbea, da pastelli sporcati di grigio, che si rivela forse meno plateale del consueto formulario ma riesce accattivante come le pagine più meste e infettive di quel gioiello ancora tutto da riscoprire. “Oh She Deleter :(” funziona invece come semplice intro strumentale – memore di quelle crepuscolari di “The Software Slump” – per una “The Boat Is In The Barn” in cui il cantato e le peculiarità espressive di Lytle si stagliano sul fondale sonoro con particolare nitidezza, elevando il tasso di tipicità nell’ennesima ballad dolceamara della casa (compreso l’affaccio estatico, notevolissimo, che patisce forse solo la riproposizione di un cliché di cui il gruppo ha spesso abusato), mentre “Jed The 4th” è una citazione persino ovvia dell’adorabile umanoide che abitava quegli stessi solchi, con meno spregiudicatezza elettronica ma l’esatta malia acquerellata di allora.

Così a grandi linee l’atteso disco del ritorno prende a corrispondere a quelle che erano le attese, specie per via del suo bravo connubio di garbugli rumorosi e dolcezze melodiche (secondo l’inconfondibile disegno delle tastiere di Tim Dryden). Il riff della chitarra di Jim Fairchild in “Brush With The Wild” ha l’aspetto di una rutilante sirena, mentre la voce di Jason è la solita carezzevole compagna di tanti pomeriggi uggiosi. E se gli elevati coefficienti di riconoscibilità giocano un ruolo non certo secondario in fatto di lusinghe fidelizzanti, il quintetto compensa quella sensazione di pilota automatico innestato con una tenuta fisica all’altezza. All’appello non manca per fortuna nemmeno l’incarnazione più pestona e debosciata (“Chek Injin”) in genere riservata alle uscite più eccentriche tipo “Excerpts From The Diary Of Todd Zilla” o alle animazioni collaterali di cui si è detto, pillole di sbraco fisiologico da due minuti e via piazzate apposta per allietare gli aficionados della vena più rude e naif.

Nella seconda facciata l'album alza la posta con una certa audacia. L’impennata si innesca con “I Don’t Wanna Live Here Anymore” che è, né più né meno, proprio la canzone struggente che Jason non smetterà mai di (ri)scrivere, per fortuna. Così anche il congedo umile e bellissimo di “Songbird Son”, schiumetta electro inclusa, un promemoria di suggestioni di cui evidentemente si avvertiva il bisogno. Il tiro è quello idilliaco ma a suo modo epico dei più riusciti passaggi di ieri, compresi i lavori solisti, e in un certo senso non fa che confortarci nella consapevolezza che quel che più si lascia amare, nei Grandaddy, mai sfumerà o verrà tradito. Un discorso che vale pure, a maggior ragione, per lo spleen obliquo e marginale di quell’altra gemma che è “That’s What You Get For Gettin’ Outta Bed”: intonazione calda ma confidenziale, le svisate un po’ tristi dell’organo e proprio la fragilità che serve, non un'oncia in più o in meno. Tutto già sentito, ancora una volta, eppure esattamente come ci immaginiamo che debba essere il più gratificante, languido e pacificato dei ritorni a casa.

E se questa colonna sonora si sbilanciasse nella promessa di un ideale brano-manifesto, è in “A Lost Machine” che lo si dovrà cercare, nel loop incantevole e disincantato a un tempo, nella soffice trance dream-pop o nell’ininterrotto singalong in cui si risolve. Macchine perdute e ritrovate all’improvviso, sogni dimenticati che riaffiorano nella memoria come i ritornelli ai quali sia stato affidato ben più di un pugno di minuti della nostra attenzione. “Last Place” è come commuoversi mentre si rivive l’estasi di un fausto rapimento.
Gli anni, inutile farsi illusioni, passano. Ma non pare un problema insormontabile se le belle canzoni restano a farci compagnia.

(17/02/2017)

  • Tracklist
  1. Way We Won’t
  2. Brush With The Wild
  3. Evermore
  4. Oh She Deleter :(
  5. The Boat Is In The Barn
  6. Chek Injin
  7. I Don’t Wanna Live Here Anymore
  8. That’s What You Get For Gettin’ Outta Bed
  9. This Is The Part
  10. Jed The 4th
  11. A Lost Machine
  12. Songbird Son








Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.