His Electro Blue Voice

Mental Hoop

2017 (Maple Death) | post-hardcore, noise-rock, avant-rock

Fallita l’intercessione di Sub Pop per il lancio su grande scala, i nostrani His Electro Blue Voice tornano in assetto underground, la loro indole più verace, cambiando la sezione ritmica attorno alla mente Francesco Mariani (ora Nicola Ferloni al basso e Andrea Cantaluppi alla batteria) e sfornando i diciannove minuti di “Tartlas”, contenuto in uno split con gli Havah (2015), un maniacale concerto di diciannove minuti che dilata tutte le loro componenti, dalle grida inumane alla Steve Albini all’incessante battito alla Neu, dagli strati elettronici di cacofonia ai cambi di tempo punk-noise, fino a raggiungere un personale inebetito nirvana, e poi l’album “Mental Hoop”, di fatto solo il secondo in una decade di attività discografica.

L’horror-punk fragorosamente shoegaze di “Ice Skull” muta nelle voci, via via più grottesche, e nel contegno, finendo per farsi travolgere dall’uragano evocato per tutta la durata (invero molto breve). “Scum Rat” è già una ripetizione di “Ice Skull”, che a sua volta era in buona sostanza una ripetizione - pur sofisticata - di un sound già poco variato lungo gli anni. La batteria fa comunque da variabile indipendente, qui trottante slam-dance, poi a impersonare i soliti Neu (“Jaws”), quindi a imitare Husker Du via Ramones (“Crystal Mind”), ma anche a dimenarsi arzigogolata in stile Pixies (“Earthworm”, picco d’isteria bestiale).
Sono, bene o male, tutti cincischiamenti nell’attesa del pezzo lungo del caso, “Onieut” (dodici minuti), all’inizio militaresca e sferragliante, quindi assottigliata, solo strumentale in progressioni acide. Solo alla fine, però, l’attesa è ripagata, con una porzione, per quanto piccola e sfuggente, di corsa folle nell’iperuranio super-psichedelico degli Acid Mothers Temple.

Com’anche dimostrato dal predecessore “Ruthless Sperm” (2013), la lunga distanza non è il forte del trio: sbagliate sono le durate (troppo lunghi i brani lunghi, o medio-lunghi, troppo brevi, persino da amaro in bocca, quelli brevi), anonima la produzione. Albini farebbe da messia. Ha le sue briscole nella furia a testa bassa e nel catastrofismo, qua e là strepitosi quantomeno per l’insistenza con cui sono sfoderati, ma più che una maturazione si tasta palpabilmente una regressione ai tre-accordi-tre del punk che, purtroppo, non ha abbastanza fascino o carisma da cogliere quel primitivismo tipico della new wave. Si cede, di appena un millimetro, alla melodia: pro e contro.

(10/01/2018)

  • Tracklist
  1. Pool Cleaner
  2. Ice Skull
  3. Scum Rat
  4. Jaws
  5. Crystal Mind
  6. Pool Painter
  7. Earthworm
  8. The Wizz
  9. Onieut
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