Hurray For The Riff Raff

The Navigator

2017 (ATO) | alt-country, folk-rock, latin-rock

Alynda Sagarra ha finalmente trovato una casa, mentale ancor prima che fisica, dopo anni di vagabondaggi, di interminabili scorribande in lungo e in largo per gli Stati Uniti, alla ricerca di se stessa, della propria autonomia, di una prospettiva più ampia attraverso cui osservare la società e il suo agire. Non che nei precedenti lavori, pubblicati sempre assieme con la sua band a nome Hurray For The Riff Raff, la cantautrice di origini portoricane non avesse riversato le proprie esperienze di vita, in quanto figlia di immigrati, artista di strada e anima nomade in cerca di uno spazio da poter realmente definire suo, eppure la consapevolezza che traspare da "The Navigator" è del tutto inedita, parla di una musicista che ha agguantato la tanto agognata maturità (personale ancor prima che creativa) e che dispone di conseguenza di mezzi più efficaci per raccontarsi e raccontare. Laddove il country-folk dai contorni bluesy della songstress si esprimeva in album più sciolti, liberi da qualsivoglia cornice narrativa, nel sesto capitolo discografico del progetto l'esperienza d'ascolto ruota attorno a un solido concept, estetico quanto tematico, nel quale Sagarra veste i panni di una ragazza di strada, Navita Milagros Negrón, cui affida il compito di descrivere il mondo circostante e tracciare di conseguenza una sorta di cronistoria di un'esistenza ai margini, con le gioie e i dolori che ne derivano. Nello splendido scatto di copertina, che sembra quasi voler trasporre la Rickie Lee Jones degli esordi negli anni Dieci, non si tarda insomma a rintracciare la protagonista dell'opera, immersa nella penombra di una città dai toni quasi noir, che la avvolge e allo stesso tempo incombe minacciosa su di lei, pronta a inghiottirla alla prima occasione.

Sarà forse superfluo ribadirlo, ma le somiglianze che intercorrono tra Navita e Alynda sono parecchie, e si spingono ben oltre quanto è dato ricavare dalla narrazione. Suddiviso in due atti, separati dall'incontro della protagonista con una fattucchiera che la intrappola in un incantesimo per la durata di quarant'anni, "The Navigator" è una profonda riflessione su cosa significhi essere privi di un'identità specifica negli Stati Uniti dei nostri tempi, sulla mancanza di voce di minoranze invece provviste di grosse eredità culturali, sull'abuso (in tutte le sue manifestazioni), sulla gentrificazione e altro ancora. Quel che ha quasi del miracoloso, è come il tutto venga trattato senza retorica, con sincera partecipazione, e soprattutto con un'attenzione prioritaria al contenitore di questo doloroso raccontare/si, alla potenza e al fascino di una "cornice" musicale che si pone come la più grande sorpresa folk dell'anno.
Ora, le qualità insite nel cantautorato di Sagarra non sono propriamente una novità, già i precedenti lavori parlavano di una sensibilità insolita nell'elaborare i costrutti melodici del tessuto country-folk statunitense, declinato con l'attitudine raminga di chi non riesce a trovarsi davvero a casa sua da nessuna parte. Il balzo compiuto in avanti e la forza rielaborativa dell'ultimo album comunicano però la voglia da parte dell'autrice di immergersi totalmente nelle sue radici più profonde, di esibirle come una medaglia al petto e sposarle con assoluta convinzione a un canovaccio di partenza, che si potrebbe definire più "bianco", già di suo piuttosto ricco di sfumature. La costruzione teatrale del disco, in tal senso, accentua ulteriormente la versatilità sonora e il peculiare carattere esplorativo della proposta.

Incluso in un riquadro espressivo che si avvale di un'introduzione dal sapore marinaresco (il titolo d'altronde non mente), di un rapido interludio per sola voce e chitarra ("Halfway There", supportata da un sapiente utilizzo dei cori che sorregge il portamento ricorsivo della canzone) e di un finale che riprende i toni marittimi dell'apertura (per quanto dotati di suadenti sfumature salsa e di notevoli accelerazioni percussive sul suo concludersi), il lavoro intercetta il crocevia su cui si incontrano blues, folk, musica cajun, jazz e striature portoricane, in un mélange tanto sofisticato quanto privo di inutili complicazioni, perfettamente aderente alle varie strutture melodiche.
Tanto fa naturalmente anche la forza delle interpretazioni di Sagarra, la cui grinta permea ogni momento in cui ha possibilità di esprimersi. Con una cadenza vocale che pare quella di una Fiona Apple riscopertasi cantautrice più attenta alla tradizione, la songstress evidenzia il suo lato più country e ruspante in "Living In The City" (tagliente descrizione sulla vita dei bambini di strada), estrinseca con grande savoir-faire la propria attitudine più indie-rock e dinamica, sposata a un utilizzo del tutto peculiare degli archi, ben attenti a non cadere in prevedibili derive cinematiche ("Hungry Ghost", la commovente dedica alle vittime dell'incendio del Ghost Ship a Oakland), guarda indietro, ma con piglio del tutto contemporaneo, alle radici più profonde del suono americano, in un incrocio tra blues del Delta e movenze ragtime da cui traspare quanto certi suoni non smettano mai di interfacciarsi col presente ("Life To Save").

È però col procedere dell'ascolto che Sagarra gioca i suoi assi migliori. Finalmente risvegliatasi dalla fattura, Navita si trova in un mondo sconosciuto, un ambiente del tutto irriconoscibile, privo di riferimento. Ed è proprio qui che la questione identitaria, il contatto più profondo con le proprie radici trovano il contesto ideale in cui sbocciare. La chiusura cubana e godereccia di "Fourteen Floors", perfetto contraltare al blues urbano della linea principale (geniale il chiacchiericcio inintelligibile di sottofondo, quasi a sottolineare la totale alienazione in un contesto ignoto), lo stacco di salsa da cui trae avvio "Rican Beach", affilata ma briosa critica nei confronti dell'indifferenza della cultura e della politica della predazione (i commenti di chitarra, basso e organo si dimostrano più inventivi che mai): l'autrice non ha timore a entrare nel profondo di questioni che stanno scuotendo gli ambienti artistici e accademici degli Stati Uniti, lo fa però a modo suo, cercando di portare testimonianze e provocare un dibattito, piuttosto che lanciare indeterminati e feroci j'accuse.
Nell'apice emotivo e lirico di "The Navigator", "Pa'lante", la doppia voce narrante si trova quindi a viaggiare letteralmente, tra umori, tempi e luoghi, in una mini-suite tripartita in cui non soltanto si individua un senso di profonda continuità con le battaglie portate avanti dalle comunità latine di mezzo secolo addietro (illuminante la registrazione di "Puerto Rican Obituary", scritta e recitata dal poeta Pedro Pietri, nella tranche centrale del brano), ma si coniuga la dimensione politica a una più ecumenica, nel tentativo di allacciare le fila di un percorso che va oltre ogni tipo di differenza e abbraccia le difficoltà e i tratti comuni dell'umanità intera. Passato il suggestivo pianismo della prima sezione del brano, oltre la marcetta che preannuncia lo stacco poetico a metà traccia, è soprattutto nel lungo finale che viene intercettato il massimo pathos possibile: lungo inno agli affetti familiari, a chi soffre o si è trovato privo delle motivazioni e della forza per andare avanti, è qui che si rivela la più autentica essenza dell'album, il suo grido di uguaglianza e di fiducia, della lotta costante da effettuare per acquisire il proprio spazio nel mondo. Nessuna critica: in "Pa'lante" vi è soltanto tanta incrollabile speranza.

Nonostante un'impalcatura espositiva tutt'altro che allegra, piena anzi di siparietti pieni di dolore e disperazione, è proprio la speranza l'elemento fondante della più recente esperienza musicale degli Hurray For The Riff Raff. Che sia quella insita nel trovare la propria dimensione più congeniale, quella dovuta alla comprensione della propria identità, oppure per un futuro più sfaccettato e policromo, fa poca differenza. Quel che conta è insistere, scoprire, conoscere e conoscersi: Alynda Sagarra continua a farlo, con un'eleganza e una ricchezza musicale sempre più peculiari e personali. Di figure del genere il folk americano ha un disperato bisogno.

(14/06/2017)

  • Tracklist
  1. Entrance
  2. Living In The City
  3. Hungry Ghost
  4. Life To Save
  5. Nothing's Gonna Change The Girl
  6. The Navigator
  7. Halfway There
  8. Rican Beach
  9. Fourteen Floors
  10. Settle
  11. Pa'lante
  12. Finale




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