Impossible Nothing

Lexemenomicon

2017 (autoproduzione) | electro, instrumental hip-hop

Statunitense ma più che altro apolide, globetrotter, Darwin Frost è un vulcanico producer, pittore e artista multimediale attivo con i moniker di Bishop, X-Man e D'Arcy, Dr. Shennanigans, Fighter. Dopo essere entrato a far parte del collettivo canadese Shookum Sound System, Frost comincia la sua produzione a nome Impossible Nothing a base di hip-hop e rave-up interamente campionati: tra le altre cose, “Bananas” (2010) e la sua appendice “Banana Peels” (2010), “Montechristo” (2010), una collaborazione con l’artista multimediale Bracken Hanuse Corlett, “Highjack” (2011), “Count Dantes 2.49” (2011), “Count Dantes 2.51” (2011), “Magpie” (2012), “Buckin” (2014), e una raccolta apocrifa di raccolta di remix di MF Doom "Mechadoom" (2014).
Con i colossi di “Phonemenomicon” (2016) e il presente “Lexemenomicon”, Frost non solo fa perentorio ordine nella sua produzione, ma anche sfrutta l’altro pregio del mezzo digitale oltre alla parcellizzazione (il posting di brani spaiati e irregolari): la virtuale assenza di limiti di minutaggio, raccolte compatte con durate mastodontiche. Dai fonemi ai lessemi (o meglio monemi), di nuovo quattro e passa ore, di nuovo ventisei brani - quante sono le lettere dell’alfabeto, soltanto duplicandole nei titoli - di 10 minuti spaccati ciascuno.

Anche la ricetta è molto simile al diretto predecessore. Se Frost sembra quasi farsi sopraffare dalla moltitudine di sorgenti sonore, dalla tremula e frenetica “Nn”, ma anche una delle più suadenti della sua carriera, a una “Pp” punteggiata d’intermezzi creativi (skit, music-hall, fanfare), è anche vero che tutte o quasi tendono alla dissipazione energetica. La lotta per cavare qualcosa di ballabile da caotici radioworks di musica black anni 60, in “Bb”, una “Ff” che si dissolve in drone, una “Ii” che tende all’estasi, e una “Kk” che è come un lungo assolo jazz, diventa a tratti titanica.
Frost è davvero senza freni. Nuovi apogei sono smooth-soul ricostruiti in un laboratorio frankensteiniano, sadicamente vandalizzati, e infine resi ancor più mostruosi, come “Cc”, la spettacolare trasformazione di “Ss”, “Dd” (una intro neoclassica disintegrata in danza demonica), “Vv” (droni dissonanti e mitragliate di frammenti vocali), “Ee” (gangsta-rap aperto e chiuso dal nulla). Il picco qui è però “Gg”, un beat spesso e forte sfregiato da sillabe sfreccianti, che per un attimo prende una velocità supersonica da Neu.

Ci sono, ovviamente, anche composizioni dotate di un minimo di raziocinio. La danza Kraftwerk-iana portata agli eccessi di groove ed effetti di “Qq” prosegue, in “Rr”, in un remix di una big band anni 30, per raggiungere, in “Uu”, lo stato di maelstrom elettroacustico. Una delle migliori è “Aa”, grottesco, zoppicante dubstep continuamente diffratto con un duetto di delirio di vocali da crooner, un prodigioso mash-up dell’acid-rock, indi un assolo di gaida. Così per il breakbeat ossessivo di “Ww”.
Ma la sua specialità rimane sempre il reliquiario da ammodernare o proprio straniare. “Yy” assume i connotati di un pezzo dance astratto, distorto. Il mantra di “Mm” naviga in un tamburellare di tastiere e affoga in un buco nero. “Hh”, come “Ee”, è un processo di disintegrazione di un flow già molto frastagliato. E Frost non dimentica il quadro generale, con interludi (“Oo”, sequela di flamenco e tastiere elettroniche, brano-baricentro di pura esplorazione) e postludi (“Zz”, successione travolgente in accumulo e due minuti finali di fluttuazione spaziale) di tutto punto.

Con la differenza, rispetto al predecessore, del maggior peso alle voci (un organismo che comincia ad articolare la funzione linguistica? ecco forse il concept), è un altro mostro pop-art e post-moderno di papier collé talvolta alla rinfusa, un guazzabuglio che ha però la fisionomia d’uno zibaldone senza principio né fine e che, in realtà, si muove come un netto congegno ad orologeria, trasparente nel procedimento, nel macchinario, con perfette giunture (lo si può sentire come una chilometrica suite, volendo e potendo). Secondo probabile episodio di una trilogia o di una serie dantesca di “cantiche” sovrapponibili tra loro: in ogni caso, Frost sta imponendo un programma preciso di collezioni fantasiose d’antiquariati. Con qualche riferimento riconoscibile, dal big-beat a Dj Shadow e il djing di fine anni 90 in generale, non ha pretese d’enciclopedismo e nemmeno, a parte la passione per il caos, d’avanguardia. Viene piuttosto in mente una lettura del tempo presente attraverso il passato, alla maniera di David Axelrod. Liberamente scaricabile via Bandcamp.

(08/03/2017)

  • Tracklist
  1. Aa
  2. Bb
  3. Cc
  4. Dd
  5. Ee
  6. Ff
  7. Gg
  8. Hh
  9. Ii
  10. Jj
  11. Kk
  12. Ll
  13. Mm
  14. Nn
  15. Oo
  16. Pp
  17. Qq
  18. Rr
  19. Ss
  20. Tt
  21. Uu
  22. Vv
  23. Ww
  24. Xx
  25. Yy
  26. Zz
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