Indochine

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2017 (Indochine) | synth-pop, post-punk

La mia idea è che il rock si basi fondamentalmente su tre aspetti: l'adolescenza, la religione, il sesso.

Questo il credo di Nicola Sirkis, voce e anima degli Indochine dal 1981. Difficile, in effetti, trovare una definizione più pregnante per inquadrare lo spirito del genere che più di tutti ha scombussolato gli ultimi sessant'anni di musica; ancor più complicato è tenere fede a simili valori quando si ha una carriera pluritrentennale alle spalle. Cercare di catturare la foga e l'ansia dell'adolescenza, anche quando se ne è ben lontani anagraficamente, è un rischio talmente alto che persino dei giganti come i Suede nel recente "Night Thoughts" sono incappati in un lavoro manierato, che ha rifatto il verso alla loro, di adolescenza, ma non a quella di un mondo nel frattempo cambiato. Non è comunque nelle intenzioni di questa recensione enunciare la superiorità dei francesi sulla band di Anderson, non si fraintenda.

Si prenda piuttosto il paragone come un semplice e grandissimo elogio alla creatura di Sirkis e oLI De SaT che sì, dopo trentacinque anni e giunta al tredicesimo album in studio (come da titolo), riesce a regalare al pubblico un disco che a più riprese pulsa di vita e di dolore come se fosse ancora la prima volta.
Dopo le spirali erotico-esistenzialiste in odor di shoegaze e industrial dell'accoppiata "Paradize"-"Alice & June", dal 2009 la formula della band si è sostanzialmente stabilizzata, a livello di songwriting, su un hyperfolk dai toni ora drammatici, ora romantici, ora elegiaci, cercando sempre di restituire all'ascoltatore un'enfasi catartica carica di slancio emozionale. "La vie est belle", singolo di lancio dell'album, sembra in apparenza voler abbassare i toni e coniare questa formula nell'ambito della ballad elettro-acustica dai toni soffusi, e non da stadio, come gli Indochine ci hanno abituato. Cambiano gli addendi, ma non il risultato: la strofa, grazie all'assenza della sezione ritmica, accumula una tensione insostenibile, per poi sciogliersi nel più dolce dei ritornelli possibili, in cui le parole, molto semplici, trascendono il loro stesso significato, proprio come succede quando si è totalmente innamorati o quando si deve dire addio a una persona cara ("La vie est belle, aussi belle que toi/ Elle te ressemble parfois/ Moi je suis né ici, pour n'être qu'avec toi"). I raffinati giochi ad incastro di elettrica arpeggiata, synth e cori vanno a rifinire il mosaico e a comporre uno dei migliori inni della fase matura degli Indochine.

Si parlava di adolescenza, e la veste sonora scelta questa volta dalla band per suonare vitale è un paradossale ritorno alle proprie origini, ovvero a un synth-pop d'assalto. Tuttavia, quello che si sente risuonare tra queste quindici tracce non è un mero sunto di pop anni Ottanta, ma, anzi, una formula imbevuta delle tendenze epiche e drogate della nuova scuola sintetica anglo-americana degli ultimi sei-sette anni. Quindi, in "Henry Danger" sembra di affogare nelle sonorità narcotiche dei Crystal Castles, mentre la grandeur meccanica di canzoni come "2033", "Station 13" o "Kimono dans l'ambulance" richiama i vari Electric Youth, Glass Candy, Hurts e in generale quel movimento cristallizzatosi nella colonna sonora del film "Drive" di Nicolas Winding Refn. Il tutto, però, con una sostanziale e decisiva differenza: mentre la sensazione è che per la Drive generation tutto si risolva spesso in una narcisistica celebrazione di un'estetica di puro suono sintetico senz'anima, la penna dei veterani francesi non manca mai di essere ispirata, brillante, originale, tanto che quasi tutti i pezzi vengono lasciati liberi di fluire per parecchi minuti, senza mai risultare banali o stanchi (si pensi all'impeccabile crescendo sinfonico della succitata "Station 13" o di "Black Sky" e alle continue micro-variazioni vocali di "Kimono...").

È proprio il caso di dirlo: i vecchietti insegnano ai giovani il loro mestiere, come scrivere cioè delle grandi canzoni, prima di aver costruito un suono interessante. Alcuni dettagli lasciano sbalorditi, per la maestria messa in campo: "Un etè francais" e "Song For A Dream" sfoggiano pari pari lo stesso giro armonico, semplicemente spostato di un paio di semitoni, eppure non suonano per niente simili. La prima è infatti un trasognato indie-pop con un riff portante di chitarra jangle, la seconda un numero pop d'alta scuola, sapiente nel gestire le dinamiche tra una strofa soffice, pianistica, un pre-chorus inondato di massicci power chord e un liberatorio tema chitarristico neworderiano nel ritornello.
Fra le bonus track spicca la bella invettiva di "Trump le monde", un pezzo davvero alieno anche rispetto all'eclettica discografia della band, con l'alternanza tra atmosfere power-pop ed electro-reggae, che permettono al batterista Ludwig Dahlberg di sfogarsi in complessi controtempi.

Di carne al fuoco, insomma, ce n'è davvero tanta, al netto di qualche calo comprensibile e più che giustificabile vista la mole di materiale incisa ("13", tralasciando il materiale bonus, dura oltre settanta minuti). L'ennesimo trionfo di pubblico (centomila copie in una settimana tra Francia, Svizzera e Belgio) sigilla la sempiterna qualità di un percorso artistico che sembra avere più vite di un gatto, per coerenza, fervore e poesia.

(27/10/2017)

  • Tracklist
  1. Black Sky
  2. 033
  3. Station 13
  4. Henry Darger
  5. La vie est belle
  6. Kimono dans l'ambulance
  7. Karma Girls
  8. Suffragettes BB
  9. Un été français
  10. Tomboy 1 (feat. Kiddy Smile)
  11. Song For A Dream
  12. Cartagène
  13. Gloria (feat. Asia Argento)
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