In Zaire

Visions of the Age to Come

2017 (Sound Of Cobra) | heavy-psych

Quando ho scoperto che il progetto italo-berlinese di Claudio Rocchetti, Stefano Pilia, Alessandro De Zan e Riccardo Biondetti aveva deciso di pubblicare un secondo capitolo nella sua carriera, non ero più nella pelle. Le scariche energetiche di “White Sun Black Sun” ancora scorrevano nei miei ricordi come ferma definizione di ciò che può ancora oggi essere lo psych-rock. La mia voglia di riattraversare le cavalcate di percussioni come quelle di “Sun” e “Moon” o le vibrazioni space in salsa etnica di “Jupiter” era una carica esponenziale di aspettative per questo ritorno sulle scene… Ma “Vision Of The Age To Come” non è una semplice conferma di aspettative, bensì il loro totale superamento in virtù di un grande/piccolo capolavoro.
 
Come fu per l’incipit di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino, un disco del genere meriterebbe un annuncio in copertina: “Stai per cominciare ad ascoltare il nuovo disco degli In Zaire. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto”. Sì, perché quando il drone di “Hermes Dance” grida, tutto il resto nella stanza scompare: si apre un portale per un altrove tribale di un altro mondo, un Marte di Edgar Rice Burroughs, dove visioni cosmiche e danze primordiali si intrecciano in un vortice caotico. Tamburi ripetitivi, distorsioni chitarristiche che evaporano sotto l’incedere di un sintetizzatore opprimente, fino a una deflagrazione space-rock memorabile che sovverte ogni suono, da cui solo l’elettronica esce vincente. È la fine di “White Sun Black Sun” e il vero inizio di “Visions Of The Age To Come”.
La fanteria di bassi che trascina l’intro di “Revelations” è una sintesi sonora di psichedelia e darkwave: la bassline che incalza ricorda lontanamente “One Of These Days”, grevemente appesantita dal misticismo sinistro di una voce riverberata sullo stampo dei Red Temple Spirits. La formula dell’esplosione a metà brano ritorna anche qui, con una mutazione in prog oscuro, dove Rocchetti gioca a fare Jon Lord seppellendo la voce con un solo di tastiera. Un quadro di Escher dove ogni incastro sonoro si trasforma poco a poco in qualcos’altro. Anche “Headscape” segue la scia, costruendo un pattern di variazioni garage-rock su di un tema kraut di palpitazioni sintetiche, con chitarre stridenti in coda più vicine al metal che al mero hard&heavy.

Non bisogna d’altronde dimenticare che tra i culti degli In Zaire ci sono le astrazioni hard-kosmiche degli Hawkwind, dunque groove acidi a iosa tra “Planets Convergence”, “Nibiru” e “The Seven Sermons Of The Dead”. Solo attraverso questa tripletta di quasi venti minuti (che sembra un trip lisergico) la formazione riesce ad attualizzare e riconciliare oltre venti anni di derivazioni psichedeliche, spaziando dai Chrome più grezzi agli Amon Düül II più raffinati. Esausti, cominciamo a cedere sotto le scariche di radiazioni cosmiche. Gli In Zaire, per fortuna, si dimostrano anche empatici e riescono ad accogliere l’ascoltatore di ritorno dal suo viaggio attraverso l’iperspazio, mostrandogli l’uscita con la title track. “Visions Of The Age To Come” si schiude come un assolo di Gilmour, ma non si ferma all’apparenza melodica; incede fino alla distorsione, fino all’estremizzazione, fino a una scalata folle verso le note acute, fino al caos, che gradualmente delinea il torbido riff motorik di chiusura, letteralmente una firma sonora in calce al disco.
 
Non è stata una strada tutta in discesa, quella degli In Zaire; ci sono volute decine di altri progetti, esperimenti, formazioni e collettivi per giungere a costituire questa truppa d’assalto cosmico. Ogni rischio di anacronismo è stato abbattuto con facilità, con lo sperimentalismo che pervade ogni momento dell'album. Il pericolo del revival è stato scongiurato con la capacità di riutilizzare le materie prime del passato per edificare opere inedite e originali (poiché un brano come “Synchronicity” difficilmente sarebbe comparso oltre trent’anni fa).
Nell’era delle sindromi nostalgiche, gli In Zaire riescono senza ombra di dubbio a realizzare un raffinato gioiello futurista, incastonato di preziosi ricordi.

(08/08/2017)



  • Tracklist
  1. Hermes Dance
  2. Revelations
  3. Headscape
  4. Synchronicity
  5. Planets Convergence
  6. Nibiru
  7. The Seven Sermons Of The Dead
  8. Visions Of The Age To Come


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