Jason Grier

Demonstration Disc

2017 (Human Ear Music) | avantgarde

Concepito, almeno nelle intenzioni, come una suite o un componimento senza soluzione di continuità, il terzo "Demonstration Disc" di Jason Grier spiega buona parte della sua esistenza anche solo nel titolo: una dimostrazione, una sound library di materiali eterogenei raccolti qui e là che ha peraltro una spiccata natura open source.

In realtà Grier tiene fede all'assunto solo fino alla quarta parte della presunta suite. Dalla prima, un vocalismo glaciale e monastico che cerca di reagire con un caos acid-rock non così affascinante, si passa alla seconda, un field recording di fuochi d'artificio, che poi la terza imita a suon di archi, voci, rullanti ed elettronica, intervallato con un jazz etnico d'ascendenza Don Cherry, e la quarta riverbera utilizzando brandelli campionati di un pezzo r'n'b, riflessi e rifratti come in una camera degli specchi.

Quindi, esaurite le idee o le ipotesi di sviluppo, Grier si affida ai maestri. La quinta tributa Pierre Henry (musique concrete di parlato e porta che cigola, tutto poi sempre moltiplicato nei riverberi), la sesta si affida alle tecniche di Cage al pianoforte, dal piano preparato all'inside piano (che crea un soundscape mostruoso e pulsante), la settima cerca di riprendere certuni esperimenti di Alvin Lucier ma rimane senza faccia, mentre l'ottava impiega le percussioni di Xenakis per rendere un'atmosfera spettrale e ridondante. La pièce in teoria più ambiziosa, "9", è poi una monotona ruminazione minimalista senza direzione.

Seguito del primo "Clouds" (2013), che lo proponeva verace soulman tecnologico, e del suo acuto artistico o del suo equilibrio più riuscito, "Unbekannte" (2014), tra canzone free-form e scultura di suono, completa la transizione da cantautore ad avanguardista. Grier la cerca così cocciutamente, a suon di macchinari, effetti timbrici, sofisticazioni colte (un solo ospite davvero influente, la solita Julia Holter, tra gli altri: Corey Fogel, Annelyse Gelman, Danny Meyer) e supponenze di linguaggio, da non curarsi di una spia rossa lampeggiante, una delle più perniciose, la mancanza di cuore.
Quasi quattro anni di lavorazione, evidentemente senza il giusto trasporto e con troppa pienezza. A sparare alto comunque qualcosa si ottiene: diversi momenti di qualità. Copertina: "Abstract Painting" (2017), Gerhard Richter.

(31/10/2017)

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