Jlin

Black Origami

2017 (Planet Mu) | footwork, experimental

Si è scritto parecchio sulla parabola di Jlin, operaia in un’acciaieria con la passione per l’elettronica, i beat storti e l’India. I contenuti forti del suo esordio misero in bella mostra una sorta di footwork calibrato ricalcando la scia dub(step) del miglior Benga e del contaminato Rob Ellis. Ma non solo. C’era molto di più in “Dark Energy”: un insolito connubio di fascinazioni grime ed efficaci astrazioni da rendere la mescola finale qualcosa di unico. Un impatto talmente sostenuto che per il suo ritorno si sono mossi un po’ tutti: dal divino Aphex Twin che la piazza in anteprima in una sua esibizione, a sua maestà William Basinski che le dona un piccolo campione poi usato dalla stessa Jlin nella nevrotica “Holy Child”.

Insomma, negli ultimi tre anni la musica di Jerrilynn Patton ha scosso parecchio. E il motivo è ben intuibile ascoltando anche questo suo secondo album, nel quale la producer di Gary mastica il ritmo articolando di tutto. Un disco prodotto con una visione vastissima e ben precisa, al netto della sua complessità ritmica, tutta micro-battiti, tamburi e bassi smorzati. Jlin punta all’Africa così come ai quartieri di Mumbai, e piazza un origami a mo’ di Elefante in copertina nel tentativo di dare subito un’idea “precisa” del contenuto. “Black Origami” è difatti una danza futurista che strizza l’occhio alla jungle e al tribalismo afro. Un frullato ritmico con passaggi del calibro di “Nyakinyua Rise”, “Hatshepsut” e “Challenge (To Be Continued)” che paiono provenire dai migliori circoli angolesi di stampo kuduro. Danze divine, talvolta oscure, puntualmente totalizzanti. E attacchi che stendono come la title track, fitta di break assurdi e nevrotiche linee di synth.

Jlin tira fuori una mescola footwork assolutamente marziana, che sa essere incalzante e ipnotica al tempo stesso, il tutto senza mai sbrodolare (“Nandi”). In coda spunta anche l’amica Holly Herndon per una traccia a quattro mani che inietta sostanza amorfa, con i giochini al laptop e i tempi alternati da capogiro (“1%”). E cosa dire della successiva “Never Created, Never Destroyed“ che farebbe gola contemporaneamente a M.I.A. e alla sempre poco citata Zavoloka?
“Black Origami” si pone quindi come possibile crocevia di una nuova mutazione, e conferma l’immenso talento della Patton, la quale dimostra ancora una volta di meritare gli applausi ricevuti e i continui elogi. Un album che si colloca direttamente tra le cose più elettrizzanti dell’ultimo lustro.

(22/01/2018)

  • Tracklist

1. Black Origami
2. Enigma
3. Kyanite
4. Holy Child
5. Nyakinyua Rise
6. Hatshepsut
7. Calcination
8. Carbon 7 (161)
9. Nandi
10. 1%
11. Never Created, Never Destroyed
12. Challenge (To Be Continued)

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