John Murry

A Short History Of Decay

2017 (Tenor Vossa) | folk-blues, alternative

Ci sono artisti bravi a ritagliarsi un microcosmo nel quale muoversi senza alcuno sforzo, facendo balenare suggestioni musicali che, baciate dal profumo della clandestinità, evitano assonanze con quei pochi capisaldi della storia del rock, questi ultimi capaci di provocare nell'ascoltatore ammirazione od orticaria, senza alcuna via di mezzo. Dal canto suo, John Murry ha sempre navigato nel lato oscuro del rock - già dai tempi della collaborazione con Bob Franke nel gradevole affresco noir di "World Without End" - mostrando subito i muscoli in un ambito folk spesso vincolato ai cliché degli anni 70.

Con "The Graceless Age" il musicista americano ha ostentato una vena blues più vicina alle intemperanze di Nick Cave, ma per il suo ultimo album la presenza al banco di regia di Michael Timmins dei Cowboy Junkies sottolinea un leggero cambio di direzione, con un suono più accorato e cantautorale, che a tratti pesca nella stessa malinconia del Bruce Springsteen di "Nebraska" ("Wrong Man"), o nel misticismo biblico di Leonard Cohen ("When God Walks").
È un album sofferto, difficile, "A Short History Of Decay", ma non per l'intrinseco tono tenebroso, quanto per gli eventi personali che ne hanno preceduto il parto: la morte del suo più caro amico, l'abbandono della moglie e la rescissione del contratto con la vecchia casa discografica. Ed è anche per questi motivi che l'amarezza e il dolore catturati nella musica di John Murry riescono a suonare avvolgenti, sinceri e perfino piacevoli.

È l'eterno destino dei musicisti solitari quello di riuscire ad allietare il dolore altrui con la propria arte, in questo senso "A Short History Of Decay" può definirsi anche più riuscito del precedente, nonostante non sia presente la stessa indole avventurosa di "The Graceless Age". D'altronde, già l'iniziale "Silver Or Lead" mette in chiaro la valenza più intima e personale dell'album, anche se la sommessa furia chitarristica di "Under A Darker Moon" tenta un piacevole approccio rock alla Grandaddy, prima di cedere il passo alla malinconia di delicate ballate come "Come Five & Twenty" e "One Day (You'll Die)".

A dispetto di un quadro stilistico che sembrerebbe più affine a quello di uno sfigato folksinger, la musica di Murry è ricca di avventurose scorribande chitarristiche, che non solo contaminano le pagine più poetiche ("Miss Magdalene"), ma addirittura sommergono con sudici riff di chitarra e un tocco di psichedelia alcune tracce, come la cavalcata sonora in stile Doors di "Defacing Sunday Bulletins" e la velvettiana "Countess Lola's Blues (All In This Together)".
Non stupisca, infine, la chiusura affidata a un brano degli Afghan Whigs ("What Jail Is Like"), le pulsioni creative di John Murry albergano nella stessa visceralita di quel mix di soul, blues e grunge che sconvolse i primi anni 90.
Una musica che per il musicista rappresenta un periodo personale molto controverso, dove droga, problemi mentali e prigione si alternavano senza regole o logica, un passato che Murry non solo non rinnega, ma rimette in gioco in questo interessante decalogo di sopravvivenza che, nonostante tutto, trasuda un leggero, ironico disincanto e tanta bellezza, abili a mascherare le poche lacune in fase di scrittura.

John Murry continua a raccontarci l'America attraverso corpose murder ballad, questa volta però l'unico protagonista è il suo vissuto, in un'esternazione psicologica che l'autore mette fuori senza troppi inganni.

(06/10/2017)



  • Tracklist
  1. Silver Or Lead
  2. Under A Darker Moon
  3. Wrong Man
  4. Defacing Sunday Bulletins
  5. When God Walks In
  6. Come Five And Twenty
  7. One Day (You'll Die)
  8. Countess Lola's Blues (All In This Together)
  9. Miss Magdalene
  10. What Jail Is Like




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