Julien Baker

Turn Out The Lights

2017 (Matador) | indie-singer, songwriter

Trovo davvero strano, se non improbabile, parlare di rivelazione nel caso di Julien Baker. Perché a quel punto potremmo ugualmente definire tale la classica ragazza che si esibisce gratuitamente sul palco di un qualsiasi locale di provincia, prima di un gruppo relativamente più famoso, per il gusto di farsi ascoltare da qualcuno e dare sfogo a un dolore insopprimibile.
Per molti versi, anzi, Julien Baker va dritta incontro a svariati stereotipi d'area pop mainstream - datati intorno ai primi anni Duemila - ma non solo: in un ipotetico musical adolescenziale sarebbe la studentessa seduta da sola nell'angolo, al ballo di fine anno, che uscita dalla sala si abbandona a un canto disperato, cercando compassione presso Dio o la quarta parete strappata. Forse nella nostra vita reale, o nel nostro immaginario, una "Julien" c'è sempre stata.

Ma sono altrettanto certo che l'apprezzamento a livello mondiale di questa fragile cantautrice del Tennessee sia proprio dovuto alla sua aria - tutt'altro che artefatta - da girl next door, che non si mette a nudo per sentirsi meglio ma solo per contrastare il silenzio assordante della sua solitudine quotidiana. Dèmoni e fantasmi che ancora non lasciano tregua, che spingono a fare a pugni con se stessi e con la propria immagine, a gridare, a crollare sotto il loro peso.
But there's a comfort in failure
Singing too loud in church
Screaming my fears into speakers
'Till I collapse or I burst
Whichever comes first
("Shadowboxing")

C'è ben poco d'altro rispetto all'essenzialità dell'esordio "Sprained Ankles" di due anni fa: una tacca in più di riverbero nella chitarra, qualche linea di pianoforte e di archi, enfatici raddoppi di voce e, se possibile, un lirismo ancora più esacerbato, con vette emozionali quasi insostenibili. Si fanno più pervasivi, invece, i rimandi a un vago senso del sacro e di laica spiritualità, nel suo imponente aspetto esteriore - l'immagine metaforica di una cattedrale spoglia e risonante ("Everything That Helps You Sleep") - come nelle manifestazioni più squallide della comunità ecclesiale - ministri che invocano la redenzione dell'umanità attraverso il piccolo schermo ("Am I a masochist/ Screaming televangelist/ Clutching my crucifix/ Of white noise and static").

A conti fatti, la qualità espressiva di Julien Baker non risiede soltanto nella voce, tra Lorde e Elena Tonra, o negli scarni arpeggi della sua chitarra amplificata, non dissimile dall'emergente Emily Sprague: è anche e soprattutto nel poterla immaginare al di fuori del nostro supporto audio, di fianco a noi: un'amica di lunga data, della quale conosciamo tutti gli odiosi difetti ma anche gli inestimabili pregi; da rimproverare per le sue stupide scenate di autocommiserazione ("If I could do what I want/ I'd become an electrician/ I'd climb inside my head/ And I'd rearrange the wires in my brain"), ma che dopotutto non mancherà di dimostrarvi la sua gratitudine quando non vi sarete sottratti ad esse ("I've started wearing safety belts/ When I'm driving/ Because when I'm with you/ I don't have to think about myself/ And it hurts less").

In molti saranno pronti a difendere l'opinione contraria e farsi beffe di una proposta così semplice, forse persino banale. Ma se nonostante tutto andrete in cerca delle canzoni di Julien, forse vuol dire che ne avete davvero bisogno e che il giudizio di coloro che la pensano diversamente conta ben poco.
When I turn out the lights
There's no one left
Between myself and me.

(31/10/2017)

  • Tracklist
  1. Over
  2. Appointments
  3. Turn Out The Lights
  4. Shadowboxing
  5. Sour Breath
  6. Televangelist
  7. Everything That Helps You Sleep
  8. Happy To Be There
  9. Hurt Less
  10. Even
  11. Claws In Your Back




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